IL CASO APERTO DEL PROFESSORE

Non c'è traccia dell'apocalisse descritta da Romano Prodi o da Piero Fassino: l'Italia isolata, l'Italia messa in un angolo, l'Italia esposta alle rappresaglie, l'Italia che indebolisce se stessa e l'Europa di fronte al mondo musulmano. I giornali amici dell'Unione hanno aspettato invano un editoriale del Monde, del Pais o del Guardian per supportare la tesi dell'impresentabilità internazionale di Roberto Calderoli e dell'intero governo di Silvio Berlusconi. Non potendo ripubblicare i testi dell'agenzia libica Jana, quelli sì impresentabili, si sono dovuti accontentare - lo ha fatto Repubblica - di un'intervista sollecitata a Luis Michel, il quale da anni parla come un disco rotto solo al sentire nominare la Lega o la Casa delle libertà.
Non c'è stato, né in Europa né nel mondo, lo scandalo su cui hanno scommesso i leader dell'Unione. Anzi, si può perfino aggiungere che le testimonianze sulla rivolta di Bengasi e sul suo significato politico hanno contribuito non poco a diradare il polverone, quanto meno di fronte a chi pensa che questa nuova forma di militanza dell'estremismo islamista non ha proprio bisogno di pretesti per incendiare ambasciate o chiese o per uccidere «infedeli».
A questo punto, c'è da osservare che l'unica cosa giusta detta e ripetuta quasi con ossessione dalle parti dell'Unione è che «il caso non è chiuso». Ma non perché, come afferma Prodi, in questi anni l'Italia non ha alimentato il dialogo con l'altra sponda del Mediterraneo o con il mondo musulmano. Anzi, se non ricordo male fu Prodi in persona a pronunciare una battuta inascoltabile, quando con un «mamma, li turchi...» intervenne, in polemica con Berlusconi, nell'eterno dibattito sull'adesione di Ankara all'Ue. Il caso non è chiuso per un'altra ragione. È il centrosinistra a dover spiegare cosa intende per dialogo, con chi, a nome di chi e su cosa. Già, perché fino ad ora abbiamo assistito solo a delle approssimazioni per difetto o a delle formulazioni generiche.
I neo-comunisti e alcuni verdi si sono trovati in un corteo in cui era scandito lo slogan «dieci, cento, mille Nassirya»? Erano stati avvertiti perfino da Bertinotti, ma non hanno sentito e quando la questione è stata sollevata si sono tardivamente indignati. La sinistra, non una sua parte, ma tutta, si è trovata all'improvviso sgomenta di fronte alla vittoria elettorale di Hamas? Era stata avvertita, le era stato spiegato che il dogma del sostegno politico e finanziario ad Arafat non avrebbe portato ad alcuno sbocco e quando ha visto Al Fatah travolta dalla sua corruzione e dalla sua doppiezza si è tardivamente chiesta cosa non avesse funzionato. È stata sostenuta per anni la necessità di un disarmante dialogo con l'Iran, per favorire il processo di democratizzazione interna? Di fronte al programma nucleare non sa che dire, se non che bisogna evitare anche solo di pensare all'uso della forza. Dimenticando, oltretutto, che il mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa in Irak era stato il suo principale argomento contro l'intervento. E si può continuare a lungo. Anche con il silenzio sulle ultime stragi in Nigeria.
Il caso è davvero aperto. E lo resterà finché dall'Unione - che nessuno in Europa ha voluto seguire in questa sua ossessiva campagna - non si spiegherà come difendere gli interessi nazionali dell'Italia e come porsi il problema, questo sì che esiste ed è drammatico, di contribuire a fronteggiare i pogrom fondamentalisti anti-occidentali e anti-cristiani.