Il caso Bestemmia nello spogliatoio. Ma le partite non finivano al 90’?

La colpa è della piadina. Forse scottava, forse non era delle migliori nonostante il sito di Romagna, Cesena. Non è un buon alibi, non regge. Nicola Pozzi è stato squalificato per quella bestemmia che gli è partita quando la stessa, nel senso di partita, era però finita da quasi mezzora e il calciatore della Sampdoria stava schiumando rabbia con un collega, addentando una piada. Il collaboratore della procura federale ha l’orecchio lungo, ha ascoltato, annotato, trasmesso gli atti. Qualche ora prima, durante Palermo-Lazio, un calciatore della squadra siciliana, Bovo, aveva sputato un’altra bestemmia, in diretta, durante l’evento, con tanto di telecamera ma né l’arbitro, né i suoi tre assistenti, nemmeno il collaboratore della procura federale, di diversa fede o acutezza, avevano avvertito il fatto, hanno tenuto orecchio, naso, gola e occhi chiusi. Il calcio e la sua “nuova” giustizia, sono una colossale pagliacciata. Sono soprattutto figlie della televisione, quella che detta i calendari, quella che impone gli orari, quella che, dunque, è diventata il punto di riferimento di gesti, gesta, comportamenti dei calciatori e degli altri attori.
Norme, regolamenti, leggi vengono lette, interpretate e applicate seguendo questa nuova filosofia, alla prova tivvù si aggiunge la prova audio ma soprattutto si viene a sapere, definitivamente, che la partita non dura un’ora e mezza più eventuale recupero. Non prosegue, va oltre, si prolunga nello spogliatoio, sotto la doccia, forse sull’autobus che riporta le squadre nei siti di origine. Il Grande Fratello televisivo ha invaso i campi di football, la telecamera provvede a inquadrare gli eroi mentre si spogliano, mentre si preparano, mentre pregano, dunque anche mentre, eventualmente, scatarrano e bestemmiano. L’obiettivo e il microfono sono nascosti, anche al di là del muro dello spogliatoio. Pozzi ha bestemmiato, semmai va preso in giro o rimproverato per questo, essendo la frase blasfema inutile, se Pozzi non è un uomo di fede, ignorante, se invece, lo stesso Nicola, è uno di quelli che si segna e bacia il crocifisso prima di entrare in campo o battere un calcio di rigore. Ma questo è un altro discorso. L’ipocrisia di questa sentenza conferma che il tempo di gioco non è soltanto quello del campo, norma che già si conosceva ma, almeno, aveva una logica elasticità di interpretazione. Chi ha voluto consegnare il calcio alle televisioni paghi questo conto. Ma stavolta il caso Pozzi crea un precedente grottesco anche se è forte il dubbio (se non la certezza) che la segnalazione e la squalifica siano figlie della scarsa popolarità (!?) del personaggio. Penso anche che un collega di Pozzi, nel senso di Cassano, ha avuto la fortuna di scambiare quattro parole con il presidente Garrone ma lontano dalle spie federali e dalle telecamere. O no?