Caso Bettini-Riccò Si finisce a «Stranamore»

L’iridato mette in scena uno show tv per rispondere alle accuse di nonnismo

nostro inviato

a Lido di Camaiore

Va in scena il reality buonista. Buone parole, buoni sentimenti, buoni propositi. Nella parte dei fetentoni, sempre gli stessi: noi giornalisti. Non tutti: come tengono a precisare gli inviati Rai, che notoriamente esercitano un'altra professione, i farabutti siamo noi della carta stampata. Il crimine: aver raccontato che l'altro giorno, nella tappa di Fiorano, il pupo Riccò si è tirato indietro dalla fuga decisiva sotto le pressioni dei vecchioni. C'era Noè, c'era Bruseghin, c'era soprattutto Bettini: e proprio su costui, nelle vesti di campione del mondo rispettato e riverito, si sono concentrate le attenzioni, in quanto autorevole capobranco. Io per primo ho usato la metafora del nonnismo in caserma, per esprimere l'atteggiamento autoritario dei vecchi sui giovani, una cosa ben diversa dal comando mafioso che invece il procuratore del Coni ha dipinto recentemente sul famoso caso Basso. Vai a sapere: se un procuratore dà loro dei mafiosi, stanno accucciati. Se qualche giornalista parla di nonnismo, una cosa che abbiamo vissuto tutti durante il servizio militare, quando c'era, ma anche oggi negli uffici, nelle squadre sportive, nelle stesse case tra fratelli maggiori e fratelli minori, ecco, questo non lo sopportano. Gli agnelli diventano leoni. Bettini, una belva.
Già al raduno di Reggio Emilia è chiarissimo: con gli inviati dei giornali non parla. Chiede invece ospitalità alla Rai, che notoriamente sta sempre dalla parte del giornalismo scomodo. Alla zia Alessandra De Stefano, l'Ada Negri de noantri, non pare vero di cavalcare un'altra storia diabetica, così detta per quanto zucchero e miele si sprigiona dalle inquadrature e dai dialoghi. Ecco tutta la troupe del lacrimoso reality trasferirsi armi e bagagli sul pullman della Saunier Duval, squadra di Riccò e Simoni (da quest'oggi circolerà con nuove decalcomanie: «Stranamore»). Qui, sul set, tutti quanti recitano alla perfezione la propria parte. Il pupo, Riccò, che soltanto due mesi fa non esitava a raccontare che in gruppo ci sono «troppi vegetali», adesso è aggressivo come un cocker: «Ma no, nessuno ha fatto pressioni perché lasciassi la fuga. Sono normali questioni di corsa. Ho sbagliato io, perché sono giovane...». Lì a fianco, il primattore Bettini lo incoraggia: «Vero? Vero?». Poi spiega: «Si resta molto amareggiati, la mattina, nel leggere certe cose. Nessuno ha fatto pressioni su Riccò. Tra me e lui non c'è mai stato niente, vero Riccò?».
Strano fenomeno. Forse i farabutti della carta stampata, oltre che bastardi dentro, sono pure di memoria corta. A loro ancora sembra di sentire nelle orecchie la simpatica storia dei «vegetali», così come i commenti legittimi (e sottolineo legittimi) degli anziani offesi. E ancora sembra di vedere le immagini di Riccò che alla Sanremo scatta sul Poggio, con un furioso Bettini che si butta subito all'inseguimento. Per dire quanto davvero siano amici.
Certo, ci fosse lì un giornalista neanche tanto bastardo, questi ricordi potrebbero diventare argomento di discussione nello struggente reality. Ma siccome lì c'è solo la zia Alessandra, che sogna sempre uno «Stranamore» a lieto fine, di tutto questo non si fa cenno. Un bel caffè, una bella brioscina, bacini-bacini. E tanti saluti ai bastardi là fuori.
Di fronte a cotanto spettacolo, c'è poco da commentare. Il politically correct e il buonismo governano ormai il ciclismo, sotto l'abile regia di pierre geniali. Il rimpianto e la nostalgia corrono a quando Gimondi e Motta, Moser e Saronni, Bugno e Chiappucci non prendevano caffè a favore di telecamere, ma a busto eretto si mandavano decisamente a quel paese. Senza degenerazioni, senza porcherie. Soltanto con un sano gusto della rivalità sportiva. Qui ormai bisogna governare e appianare tutto. Ma allora sempre viva il vecchio Gibo. Lui, Simoni, è rimasto l'ultimo in gruppo a non coltivare pietose diplomazie. Un anno dopo l'ultimo Giro, ancora rifiuta di stringere la mano a Basso. E dopo le esclusioni dalla nazionale, ancora rifiuta di stringere la mano al cittì Ballerini. Magari non è bello. Ma è meno patetico del reality diabetico.