Il caso Bocconi e la demagogia in cattedra

Premessa: chi va alla Bocconi lo fa perché è un’università che seleziona i migliori. Si paga salato per avere l’eccellenza e chi si iscrive lo fa proprio perché alla Bocconi si va avanti per meritocrazia, bisogna stare in pari con gli esami e avere una buona media. Proprio per questo alla fine si ha in tasca una laurea che non è solo un pezzo di carta da fare vedere con orgoglio alla vecchia zia ma poi ti fa trovare lavoro in un call center.
Il fatto: nei giorni scorsi il prestigioso ateneo milanese è stato scosso dalla rivolta di 262 neo-laureati che non sono stati ammessi al biennio di specializzazione perché avevano una media troppo bassa. Gli esclusi protestano e minacciano ricorsi sostenendo che le regole sono cambiate senza preavviso.
La morale: non abbiamo gli elementi e quindi non entriamo nel caso specifico dei 262 esclusi. Quello che ci interessa è il principio. Giustamente il rettore Angelo Provasoli è uno con la spina dorsale e ha ribadito la sua posizione chiarendo: «La Bocconi è un’università selettiva che premia i migliori e questo lo sapevano fin dall’inizio». Il principio è appunto questo, ma è difficile in Italia farlo accettare addirittura a degli studenti che hanno scelto quell’ateneo perché cercavano un’università selettiva. Figuriamoci fuori.
Fuori è un continuo cercare di salvare l’apparenza dell’istruzione sessantottina aperta a tutti quando ogni professore sa che è solo una finzione verbale. Ogni docente serio lamenta l’eccessivo numero di studenti, il caos, l’impossibilità di seguire i ragazzi, le estenuanti sessioni di esame. Ognuno lo sa, ma pochi hanno il coraggio di dirlo. Il numero chiuso è ancora una parola tabù nell’università italiana. Tant’è che per certi corsi di laurea (in genere sono Veterinaria, Medicina e Odontoiatria, dove un limite è posto dalla Ue) si parla di «tetto», in altri di «numero programmato». Mai che si pronunci la parolina magica «numero chiuso». In verità quando hai garantito a tutti una laurea triennale è giusto e anzi doveroso fare andare avanti solo i migliori. Far proseguire anche gli altri rischia di danneggiare i più meritevoli, che hanno diritto a un’università meno affollata e a un’istruzione di qualità.
Ben fa il Rettore della Bocconi a selezionare in base alla media dei voti ottenuti. O sarebbe meglio (come invece accade allo Iulm) privilegiare chi ha effettuato prima la preiscrizione? È forse questo un sistema più democratico? O è solo più demagogico?
caterina.soffici@ilgiornale.it