Caso Borsellino, il giallo del motore scomparso

Il propulsore della Fiat 126 non c’è sul luogo del delitto ma ricompare il giorno dopo Tra i buchi neri dell’inchiesta anche l’agenda trafugata

nostro inviato a Palermo
In straordinaria coincidenza con l’anniversario della strage di via D’Amelio, con la pubblicazione di un libro sulla misteriosa scomparsa dell’agenda di Paolo Borsellino, con la lettera aperta del fratello del magistrato ucciso che tira in ballo l’ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada (la cui condanna a 30 anni, pur in assenza di prove, rilancia l’idea di pezzi d’intelligence collusi con Cosa nostra), la procura di Caltanissetta fa sapere che per la morte del giudice e della sua scorta sono in corso indagini sui servizi segreti «deviati». Nel frattempo continuano a emergere altri fatti, gravissimi, sui quali - coincidenza - nessuno si interroga. Non serve ricordare la brutta figura fatta nella caccia ai «mandanti occulti» per nutrire oggi, quindici anni e tre processi dopo, del sano scetticismo sul nuovo filone investigativo. Piuttosto, i cultori della materia continuano a non rendere giustizia alla memoria del giudice facendo finta di non sapere che sono ben altri i misteri, processualmente documentati, sui quali sarebbe il caso di dare risposte.
L’esplosivo senza nome Da Ferrante a Cancemi, da Ganci a Galliano per finire ad Anselmo e Cannella. Nessun pentito eccellente ha mai parlato della macchina imbottita d’esplosivo sotto casa della mamma di Borsellino. Ad oggi non si sa chi l’ha portata in via D'Amelio, chi ha azionato il telecomando, dov’era posizionata la bomba. Il pentito Giovanni Brusca ha sempre detto che l’esplosivo era uguale per tutte le stragi ma al processo Borsellino ammette di non sapere nulla sul tipo di ordigno utilizzato il 19 luglio 1992. Interrogato a Catania, lancia un messaggio sibillino: «Ci sono degli innocenti in galera per via d’Amelio, sono quelli accusati da Vincenzo Scarantino». Costui è un picciotto senza pretese che come vedremo entrerà in modo rocambolesco nell’inchiesta sulla strage e in modo altrettanto avventuroso alternerà pentimenti a ritrattazioni, confessioni a smentite, col risultato che i giudici del primo processo in appello non gli crederanno affatto (assolvendo le persone che lui accusava) al contrario di quelli del secondo Borsellino Bis, che commineranno dure condanne. Nessuno dei pentiti più importanti offre riscontri alle sue versioni ad eccezione del collaborante Calogero Pulci, arrestato lunedì scorso mentre programmava attentati contro imprenditori e carabinieri, noto alle cronache per aver istigato il detenuto Giuseppe Giuga a inventarsi qualsiasi cosa sul giudice Carnevale o sullo 007 Contrada per avere qualche speranza di uscire di prigione.
Le targhe alterne Il 19 luglio 1992, a poche ore dall’esplosione, l’agenzia Ansa annuncia ciò che ufficialmente si saprà soltanto l’indomani dopo le ore 13 con l’esame del blocco motore da parte dei periti. E cioè che per la polizia «la bomba era posizionata in una Fiat 600 o in una 126». Al processo, l’ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera non ha saputo spiegare questa preveggenza e tutti i testimoni in divisa in sede di controesame hanno ripetuto che «un po’ tutti» sapevano che era una 126. In sede dibattimentale è emerso che sempre nel pomeriggio del 20 venne trovata una targa che non apparteneva alla macchina esplosa ma che era stata rubata ad un’altra 126 in riparazione dal meccanico Giuseppe Orofino. La mattina del 20 Orofino scopre il furto e quando ancora nessuno sa della 126 di Borsellino, corre a denunciarlo al commissariato Brancaccio. Orofino finisce sott’inchiesta, perquisito, intercettato, interrogato. Urla la sua innocenza ma non può nulla di fronte ai deliri di Scarantino, che prima lo portano alla sbarra (per aver riempito l’auto di esplosivo) e poi all’assoluzione senza scuse.
Il motore sparito La comparsa-scomparsa-ricomparsa del blocco motore della 126 è forse il mistero dei misteri della strage. Dalle foto scattate e dai video girati sul luogo della mattanza, immediatamente dopo l’esplosione, questo blocco pesante 70 chili, ingombrante, ben visibile, non si vede. Mai. Nessuno ci fa caso sino a quando, al processo Borsellino Ter, non fa la sua comparsa Giovan Battista Ferrante, un pentito ben accreditato a palazzo di giustizia. L’ex criminale rivela che l’esplosivo, sotto casa di Borsellino, era stato infilato in un bidone di calce da 400 litri e non in una 126 rossa, e che l’entourage di Riina godeva nel vedere che la procura andava per farfalle prediligendo la pista dell’auto indicata da Scarantino. Al presidente Bodero Maccabeo che gli chiedeva il perché di una dichiarazione così tardiva, Ferrante risponde lapidario: «Io l’ho detto subito ai pm che mi interrogavano su Capaci e via D’Amelio, ma mi hanno detto: “Guardi Ferrante, se c'è una cosa di cui siamo sicuri è che è stata usata una macchina, quindi questa dichiarazione se la tenga”».
L’esplosiva esternazione di Ferrante scuote il processo Ter ma non viene acquisita nel Bis dove, invece, la Corte cede suo malgrado alla richiesta della difesa di acquisire il video dei vigili del fuoco dove, a sorpresa, il blocco motore non appare. In aula viene mostrato pure il film della Scientifica, e anche qui il motore non esce fuori da alcuna angolatura. Tra inquadrature raccapriccianti, pezzi di cadavere e ripetute devastazioni, persino le immagini girate dai tg di Mediaset confermano l'assenza del motore dove si è sempre detto che fosse. Idem in quelli della Rai. Anziché acquisire tutto il girato e risolvere il giallo, la Corte pone il veto, supportata dalla Cassazione che in sentenza spiegherà di ritenere l’iniziativa della difesa ininfluente poiché è possibile che il «blocco motore possa ragionevolmente esser stato spostato per far passare i soccorsi». Ma così non è: il blocco motore non si vede mai, nemmeno nelle decine di filmati amatoriali che riprendono tutta via d’Amelio e nelle migliaia di fotografie scattate ogni minuto, da ogni posizione, anche nei tratti della via più distanti dal cratere, quelli meno visibili o non transennati fino all’incrocio con via dell’Autonomia siciliana.
Il «miracolo» Ignaro che il suo prossimo scatto passerà alla storia (processuale), l’indomani mattina l’esplosione, il fotografo Franco Lannino torna sul luogo del delitto, sale su un tetto di via D’Amelio e inizia a scattare fotografie in ogni direzione. Scatta per ore, ma non inquadra mai il motore perché non c'è. Eppure quel catorcio di motore Fiat, insieme alla targa, sarà curiosamente l’unico souvenir della strage ad essere repertato dalla polizia con uno specifico verbale di sequestro (datato 20 luglio, e non 19). Il motore comparirà per la prima volta nell’armadietto della procura solo quando verranno depositati gli atti del processo Borsellino Uno.
Caccia al topo d’auto Ma c’è di più. Nove giorni prima della strage, a Palermo viene rubata una Fiat 126 di proprietà di una certa Pietrina Valenti, incensurata. La donna denuncia il furto e, stranamente rispetto alla prassi, per scovare i ladri scatta una maxi indagine che culmina addirittura con l’intercettazione della donna, ovvero della parte offesa. Un modo di fare inusuale. In una conversazione con un parente la donna dice che a rubargli la macchina forse è stato un balordo di quartiere, tale Candura, tossicodipendente amico di suo fratello. Per altri motivi Candura e il fratello della Valenti vengono arrestati di lì a poco. In cella, complice un infiltrato, ascoltati da una microspia, decidono a tavolino di pentirsi e di fare il nome di Scarantino accostandolo al furto della 126.
Testimone inaffidabile Scarantino finisce così al fresco come l’uomo dell’autobomba di via d’Amelio, viene portato nel carcere di Pianosa dove subirà - a suo dire - trattamenti inumani da parte delle guardie penitenziarie già condannate per violenze ai detenuti dal pretore di Livorno. Quando ritratta, Scarantino confessa in aula d’aver preso in cella dosi massicce di bastonate e che da mangiare «mi davano la pasta con la piscia, i vetri e le santenicola», le coccinelle rosse coi pallini neri. Sia in fase di pentimento che di ritrattazione, Scarantino dirà sempre «io non ce l’ho la stoffa per resistere alle legnate, ho detto tutto quello che “loro” mi hanno detto di dire, poi ho condito le cose dai vari processi a cui partecipavo e da quello che sentivo da Radio Radicale». Durante i vari gradi del processo, i pentiti con cui è stato messo a confronto lo hanno massacrato, vilipeso, ridicolizzato. È l’unico che parla della Fiat 126 dal blocco motore ballerino. Quando si pente d’essersi pentito rivela d’essersi inventato tutto perché ad imbeccarlo sono stati magistrati e poliziotti. E a riprova di ciò consegna al presidente pagine e pagine di suoi interrogatori resi in istruttoria con a margine le correzioni degli inquirenti: «non dire così», «devi dire così» eccetera. Poi si ripente ancora perché oltre alle legnate non sopporta il carcere dove sarà costretto a trascorrere tutti i suoi giorni. A quindici anni dalla morte del giudice e dei suoi cinque angeli custodi, che senso ha rincorrere i fantasmi dei mandanti occulti e dei servizi deviati quando basterebbe rispondere a una semplice domanda: perché quel blocco motore non era accanto al corpo straziato di Paolo Borsellino?
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