Caso Cucchi Il vero killer è l’indifferenza

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano riferirà oggi in Senato sulla morte di Stefano Cucchi, il giovane di 31 anni, fermato dai carabinieri per droga il 15 ottobre scorso, a Roma, e morto il 22 mattina dopo alcuni giorni di detenzione nel carcere di Regina Coeli. Ad annunciarlo è stata Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd che aveva sollecitato l’intervento del governo in Parlamento. «Mi sembra un gesto doveroso - ha detto -, c’è necessità di fare chiarezza su una vicenda che suscita molti dubbi. L’opinione pubblica deve sapere se il sistema della giustizia italiano ha funzionato a dovere».
D’accordo, senatrice, si faccia chiarezza sull’accaduto per non lasciare in noi ombre di dubbio su Stefano. Le guardie carcerarie, le forze dell’Ordine non possono, non devono picchiare: il detenuto merita rispetto. Nessuna droga toglie al tossicomane la sua dignità. Qualche volta lo si dimentica, specie quando si ha a che fare con i tossici. Non sono i tossici solo vittime, nessuno vuole sostenere questa tesi. Sono, il più delle volte, uomini e donne danneggiati dalla droga, quella droga che ormai viene spacciata, tollerata, usata e abusata da molti.
Stefano era un tossicodipendente come tanti altri che per anni e anni si è rovinato la vita. Si sa che qualsiasi droga fa regredire fisicamente e psicologicamente, mette in atto stati confusionali che portano all’annullamento dell’autocontrollo, a tal punto che spesso ci troviamo davanti a soggetti compromessi nella salute. Mi chiedo: perché non si parla più di droga? Perché le notizie dei giornali e telegiornali anche nel caso di Stefano non «gridano» che le droghe uccidono? La «morte» di Stefano e di altri (spero d’essere inteso) che ospito nelle mie Comunità è iniziata molto prima del giorno del decesso.
Quanti morti per droga non accertati! Non fraintendetemi, non sto dicendo che Stefano è deceduto per droga, ma solamente che per Stefano non era il carcere il luogo della sua cura, del suo recupero. Qualcuno va dicendo che forse Stefano è morto per quello che gli è successo: le botte, la caserma, il carcere, l’ospedale. È morto, soprattutto, perché non si sa ancora come si devono trattare i tossici. È morto perché il pensiero culturale e politico ha annullato, a volte anche ridicolizzato i nostri trattamenti comunitari, i nostri Centri d’accoglienza per più poveri, i più distrutti mentalmente.
Si lascia che la droga si diffonda, venga spacciata, usata e abusata ovunque. E quando i dipendenti da queste sostanze non ce la fanno più e combinano qualche guaio c’è il carcere, dove la droga non manca. Vogliamo, per favore, osservare ciò che avviene sotto i nostri occhi? Ci sono tossici dappertutto: la cocaina, l’ecstasy, la marijuana e l’alcol sono ormai il «ricostituente» dei deboli, dei fragili. Va fatta conoscere questa strage in atto. Non serve mettere in prima pagina il drogato che scippa, uccide, si uccide. La vita non è riducibile a un gioco di parole o di sentenze.
Le vittime di questa strage vanno aiutate, subito, con interventi mirati di prevenzione, cura e repressione dello spaccio. Basta lasciare sole queste persone compromesse dalla droga, basta sentenziare che sono irrecuperabili e che non ci sono i soldi per curarle. Stefano è morto e non posso che associarmi alla sofferenza dei suoi cari. Facciamo in modo però che accanto alle indagini giudiziarie, ci sia una nuova sensibilità per queste persone che hanno in sé la malattia della dipendenza. Come sia morto Stefano lo diranno (almeno spero) le indagini giudiziarie. Come muoiono per droga tanti altri per insensibilità, menefreghismo e quella cultura nichilista che si attacca alla pelle, ve lo diciamo noi fondatori e operatori di Comunità e del Sert. Sempre che ci sia qualcuno che ci ascolti...
*Presidente Fondazione promozione e solidarietà umana