«Caso D’Alema-Unipol: l’Europa alle prese con l’anomalia italiana»

Il potere dei magistrati è aumentato in modo eccessivo

da Roma

Onorevole Gargani, lei presiede la Commissione Giustizia dell’europarlamento che esaminerà la richiesta del gip Forleo di utilizzare nel processo Bnl-Unipol le intercettazioni di D’Alema. Su immunità e intercettazioni il clima sta cambiando?
«Oggi Berlusconi, come D’Alema e Fassino patiscono la mancanza di un filtro, quello dell’autorizzazione a procedere, presente negli altri Paesi. Tutto deriva da quel dannato voto che nel 1992 l’abolì, sull’onda dell’emozione craxiana...».
Lei fu tra i pochi, allora, a distinguersi.
«Siamo stati in cinque in parlamento, a votare contro l’abrogazione. Oggi vedo che molti che allora la pensavano diversamente, da Violante a Sartori, hanno cambiato idea. Perché il bubbone sta scoppiando e l’accanimento giudiziario contro il premier è arrivato al culmine».
Anche l’avvocato di D’Alema, Calvi, dopo l’assoluzione della Forleo, ha definito il Csm “ipergarantista”, invocando una legge sulla responsabilità dei giudici.
«Vede, le cose cambiano. Sul caso D’Alema in Commissione la settimana scorsa c’è stata una prerelazione; la prossima settimana avremo il testo scritto e formuleremo un parere sul quale, a settembre, deciderà tutto il parlamento europeo. Per la prima volta, su una questione del genere. C’è molta sorpresa tra i colleghi stranieri per il fatto che si discuta di intercettazioni di un europarlamentare, quando il Trattato le vieta. Ho dovuto spiegare che da noi, solo da noi, ci sono le intercettazioni “indirette” che possono coinvolgere parlamentari. Visto che ancora non c’è un’immunità europea, per i reati extrafunzionali si decide in base alle leggi di ogni Stato. Ma questo mette in luce l’anomalia italiana, sia per la mancanza dell’immunità che per l’uso eccessivo delle intercettazioni».
L’autorizzazione a procedere fu abolita per il suo uso sconsiderato.
«Ci sono stati casi eclatanti, ma tra l’80 e il ’92 è stata concessa nel 60 per cento dei casi e negli anni di Tangentopoli nel 75 per cento».
Sarà possibile reintrodurla con la vasta maggioranza prevista per una legge costituzionale?
«Sembra che per la prima volta ci sia una consapevolezza, anche da parte dei nemici di ieri, che il problema va affrontato. Il potere dei magistrati, in questi anni, è aumentato in misura eccessiva, senza la necessaria contrapposizione, per l’azione distorta derivata dall’accordo tra Pds e Di Pietro. Sono stati distrutti i partiti e la magistratura è diventata poco trasparente, anche per l’opinione pubblica. Alla fine del 2000 i giudici hanno corretto il tiro, con una serie di assoluzioni che li hanno distinti da pm che si accanivano per fini politici. Ma oggi la situazione è di nuovo drammatica, con un Csm che deborda dai suoi compiti e vuol decidere della costituzionalità delle leggi, come per il sospendi-processi. È dovuto intervenire Napolitano, perché anche Mancino ha ceduto alle pressioni della magistratura».
È giusto limitare drasticamente le intercettazioni?
«Da noi sono il doppio che negli Usa: ho fatto uno studio su quelle americane e nelle indagini non si parte mai dalle conversazioni, come in Italia: servono solo a completare la prova. Che da noi siano una stortura lo dimostra il fatto che il 60 per cento dei processi fatti sulla base delle intercettazioni portano all’assoluzione. Credo che si debba individuare chi provoca le fughe di notizie, ma che anche i giornalisti debbano rispettare il segreto, per un loro codice deontologico non per le sanzioni».
Quali altre riforme sono necessarie?
«Bisogna abolire l’obbligatorietà dell’azione penale, che è totale arbitrio del pm e stabilire dei criteri di priorità, come in tutto il mondo. Il Csm dovrebbe avere metà membri laici e metà togati, con una sezione disciplinare esterna. I ruoli di giudici e pm dovrebbero essere diversi e i loro nomi non dovrebbero mai comparire sulla stampa. Arginerebbe il protagonismo e gioverebbe alla loro indipendenza».