Il caso di Deborah, perseguitata dal suo assassino

Dieci anni per compiere la sua vendetta, per far tacere per sempre quella ragazza che a soli 15 anni, sfidando avvocati e malelingue, lo aveva denunciato per violenza sessuale. Emiliano Santangelo, 33 anni, originario di Catania ma residente a Carema, in provincia di Torino, uccise a coltellate e poi investendola con l’auto Deborah Rizzato, operaia di 25 anni residente a Cossato, in provincia di Biella. Era il 22 novembre 2005 e fu l’epilogo di un’atroce persecuzione cominciata dieci anni prima. Gliela aveva giurata Santangelo. «Un giorno ti ucciderò».
Deborah Rizzato aveva vissuto la sua adolescenza nell’incubo e nella disperazione. Aveva quindici anni quando incontrò quello che si sarebbe trasformato nel suo aguzzino. Ballava in discoteca, lui le ammiccò, uscirono insieme per qualche tempo. Fino al giorno in cui Santangelo, stufo di usare le buone, decise di passare a modi ben più spicci. E la violentò. Per questo era finito in galera, denunciato da quella ragazzina che aveva trovato il coraggio di parlare.
Una volta libero, dopo tre anni di galera, non smise di rincorrerla. Un giorno minacciandola, un altro chiedendole di sposarlo. «Santangelo aveva problemi di tipo psicologico - spiegò il pm di Biella, Antonio Bianco, il magistrato che conduce l'inchiesta sull'omicidio - e quindi eravamo preoccupati che potesse commettere altre aggressioni come quella ai danni della giovane operaia». Ma allora perché lasciarlo libero?
Da dietro le sbarre di una cella, lui farneticante un giorno prese carta e penna per scrivere alla sua giovane vittima. Delirando: «Perché continuano a dire che sei morta? Che ti ho uccisa. Sei viva, ti ho vista in tv, su Canale 5...». La giustizia non ha avuto modo di condannarlo. Lo scorso febbraio Santangelo ha deciso di farla finita, nel modo più classico: ha preso un lenzuolo, lo ha trasformato in cappio e si è impiccato in cella.