Il caso: la doccia ai bambini rom? "Da fare in tutte le scuole"

Il servizio di igiene per i piccoli nomadi attivato anche a Rho. La preside della materna: "Così si favorisce l’integrazione". L'insegnante: "Nei campi i ragazzi vivono senza regole, ben vengano questi progetti"

Conoscere i campi rom. Bisogna partire da lì per poter capire quali sono le difficoltà che si incontrano quando si inseriscono bambini nomadi nelle classi. L’ha scritto nella sua relazione Vincenza Meola insegnante «facilitatore» all’istituto di via Console Marcello tra le scuole milanesi che accoglie il maggior numero di rom: «L’alunno nomade porta nella classe la propria realtà, esperienza di gioco e di attività di ampio registro, a contatto con la natura. Non conosce l'esigenza di parlare sottovoce (nel campo non serve), di aver sempre le mani pulite (nel campo è impossibile), di stare seduto composto (nel campo ci si siede dove capita), di avere degli orari per mangiare, giocare, andare in bagno, parlare». E così ben vengano i progetti e i servizi che si occupano dell’igiene e della cura dei bambini nomadi, come fa la scuola Riccardo Massa nel Gallaratese, che ha messo nero su bianco il progetto «Acqua e sapone». Qui ai piccoli rom è consentito farsi la doccia prima di entrare in classe e, grazie a una convenzione tra la scuola e una lavanderia, cambiarsi gli abiti e la biancheria.

Un servizio simile, si chiama «Cura e igiene della persona», è stato attivato anche dalla scuola materna e elementare di Rho che ospita 40 bambini di vicini accampamenti. «Da noi sono i docenti che accompagnano i bambini al bagno per rimettersi in ordine - racconta la dirigente Ambrogina Ceriani -. All’inizio per superare la diffidenza dei genitori avevamo invitato una ragazza del campo per aiutare i piccoli in bagno. Poi la fiducia tra scuola e famiglie è cresciuta e ora madri e padri acconsentono sempre volentieri a questo servizio». Anche il campo nomadi più attrezzato da quelle parti è sprovvisto di acqua calda, per non parlare delle condizioni in cui vivono i bambini negli accampamenti improvvisati. «È giusto che la scuola si faccia carico anche di questi problemi - continua la preside -. L’integrazione si fa anche così».

Anche in via Console Marcello è attivo un servizio che permette ai piccoli di lavarsi e cambiarsi all’interno della scuola. «È importante la relazione tra scuola e famiglia che va costruita attraverso momenti di confronto durante i quali si trova il modo per chiarire e risolvere fraintendimenti, paure e diffidenze - dice la mediatrice culturale Vincenza Meola -. Da quest’anno la mediazione viene effettuata da una ragazza rom. Questa figura ha favorito la comunicazione tra scuola e il campo, ha costituito un punto di riferimento per i bambini e ha rassicurato le loro famiglie che hanno deciso di affidare i propri figli a un’istituzione vissuta a volte come minacciosa». All’Istituto comprensivo Tommaso Grossi di via Monte Velino questo problema non esiste più. La scuola ospita i bambini rom del campo di via Bonfadini.

«Nel tempo la situazione è migliorata - spiega la preside Milena Sozzi - i bambini arrivano a scuola in ordine. Ma certo se ci fosse questo problema perché no, attiveremmo anche noi questo progetto. L’integrazione deve partire dal gruppo classe. Per questo noi insistiamo nel tenere i bambini rom il più possibile a contatto con il resto dei compagni». Infine l’Istituto comprensivo di via Cilea punto di riferimento per i bambini che abitano il campo di via Novara. «Il campo è ben attrezzato - racconta il dirigente scolastico, Sergio Minguzzi -. Con i bambini non abbiamo problemi, neppure linguistici. Le difficoltà maggiori sono con i loro genitori. Per questo quest'anno abbiamo aperto uno sportello per loro per aiutarli nel disbrigo di pratiche anche quotidiane, ma anche per aiutarli a capire l’importanza di far proseguire ai loro figli un percorso scolastico il più omogeneo e costante possibile».
L’Opera nomadi si è detta a favore del progetto del Gallaratese. Ma gli stessi rom e sinti sono favorevoli. Sul suo sito, l’associazione che li rappresenta, Sucar Drom, commenta: «Questi progetti possono essere utili per chi vive in baracca», e poi chiede: «Ma il campo di Triboniano non è il modello milanese di integrazione? E potersi fare la doccia a casa non è un diritto per questi bambini?».