«Il caso è un duro colpo alla credibilità italiana»

Il Financial Times: «Una vicenda che non contribuirà ad attirare investitori stranieri». L’Economist: «Italia malato d’Europa»

da Roma

Ormai è «quasi certo». L’Italia potrebbe essere declassata da due delle principali agenzie di rating internazionale. Il peggiore degli scenari possibili per quanto riguarda la credibilità del Paese verso i mercati mondiali si sta avverando, nel silenzio di quella classe di governo che del rilancio dell’immagine dell’Italia all’estero fece un argomento cardine della campagna elettorale. Dopo le speranze pre elezioni («il governo di centrosinistra farà le riforme strutturali») e gli avvertimenti di primavera («se l’Italia non ridurrà il debito pubblico sarà declassata»), negli uffici italiani degli esperti di credito prevale una sorta di rassegnazione. «Se si guarda alle mosse di Fitch Ratings in passato, si può vedere che ogni volta che abbiamo messo un rating sovrano in creditwatch negativo (come è successo in maggio per l’Italia, ndr), nel 75% dei casi, e questo vale non solo per l’Italia ma per tutti i Paesi, l'esito finale è stato un declassamento», ha detto Brian Coulton, responsabile del rating italiano Fitch interpellato dall’agenzia il Sole 24 ore Radiocor. Attualmente Fitch assegna all’Italia una doppia A. E presto, intorno a metà ottobre, potrebbe arrivare l’annuncio di un declassamento.
Tutto dipenderà dalla Finanziaria che il governo varerà a fine mese. Ma le premesse, in particolare la riduzione dell’entità della manovra da 35 a 30 miliardi e le continue ed efficaci pressioni della sinistra radicale, non danno molto spazio alle speranze, in particolare sulla riduzione del debito. Il buon andamento del Pil e delle entrate sono argomenti che possono aver convinto ministri e parlamentari della sinistra radicale, ma non i guardiani dei mercati internazionali. Anche tra gli esperti di Standard & Poor’s - ha scritto ieri il quotidiano economico il Sole24ore - prevale lo stesso clima che si respira a Fitch, anche se per il momento nessuno parla, in attesa delle cifre ufficiali della Finanziaria 2006. Solo se saranno rigorose l’Italia eviterà un declassamento, molto più doloroso, soprattutto per le finanze pubbliche, di qualunque procedura di infrazione di Bruxelles.
Altri colpi alla credibilità dell’Italia sono arrivati in questi giorni dalla stampa internazionale, dopo la vicenda Telecom. Venerdì il Financial Times ha attaccato Romano Prodi e, in particolare, il comunicato sui contatti con Marco Tronchetti Provera: «Pubblicare discussioni private non attrarrà investitori stranieri». In sostanza, il quotidiano della comunità economica internazionale accusa il capo del governo di centrosinistra di spaventare chi è disposto a investire nel Belpaese. Ieri anche l’Economist ha dedicato un nuovo editoriale al caso Italia. Il settimanale inglese, non sospettabile di antipatie verso il nostro centrosinistra, insiste nelle tesi già espresse quando definì l’Italia il «malato d’Europa».
Nel numero in edicola, il Belpaese è diventato «il ventre molle» dell’Eurozona. «Se l’Italia non riuscirà a mettere in ordine la sua economia, la sua partecipazione all'euro potrebbe essere a rischio», si legge nel pezzo, basato sull’anticipazione di un rapporto del Centre for European Reform. L’Economist - che non aveva mai risparmiato critiche all’esecutivo di centrodestra - parla di un’eredità negativa del governo guidato da Silvio Berlusconi. Risconosce al centrosinistra una «partenza promettente» e poi, molto generosamente, fa capire che il miglioramento nelle previsioni del Pil si deve un po’ anche all’attuale esecutivo. Ma poi somministra al Professore la stessa cura che riservò al Cavaliere: «I comunisti e gli ex comunisti nella coalizione vogliono far ritirare le (limitate) riforme del mercato del lavoro introdotte da Berlusconi». E il tempo, visto che i tassi d’interesse stanno crescendo e che la crescita mondiale mostra la corda, «sta finendo».