Il caso E Bersani brucia Tremonti: «Meglio lui del voto»

Dicono i suoi che pur di non andare a votare, Pier Luigi Bersani il governo di transizione lo affiderebbe «pure a Bonaiuti», figurarsi se deve stupire che abbia fatto il nome di Giulio Tremonti. Intanto però, la bomba che il segretario del Pd cercava di buttare in campo avversario ieri è deflagrata in casa sua. La voce che il premier sia addirittura tentato di salire al Colle circola da un paio d’ore quando la fibrillazione si fa dramma. «Bersani: Tremonti premier meglio che voto con questa legge» titolano le agenzie a metà pomeriggio. L’ipotesi di un esecutivo a guida Tremonti, spiega il segretario, è «un’evenienza più sensata che andare a confrontarsi con questo meccanismo elettorale». Di certo, avverte, «non potrebbe traghettare e guidare un governo di transizione chi ci ha portato fin qui».
È il caos. C’è che solo la sera prima, quando si dice avere le idee chiare, Rosi Bindi aveva detto l’esatto contrario: «Tremonti premier? Mai», aggiungendo con sicurezza: «Quando cade un governo si torna a votare. E come ha detto Bersani, noi abbiamo il fisico per affrontare eventuali elezioni anticipate». E c’è che lo scivolone è tale da qualsiasi punto di vista. Tant’è vero che ieri il segretario se lo sarebbero sbranato tutti. Chi in un Tremonti premier balneare in fondo ci spera davvero, e invece s’è visto «bruciare» il nome del ministro dell’Economia. E chi non ne vuol sentire parlare, come il presidente del gruppo Idv alla Camera Massimo Donadi, la cui reazione non s’è fatta attendere: «Il Pd ha smarrito la rotta».
Il marasma è totale e a fine giornata la pezza è peggio del buco. Prima arriva la precisazione di Stefano Di Traglia, portavoce del leader Pd: «Bersani non ha mai fatto nomi, si è limitato a ribadire ai giornalisti quanto già affermato in questi giorni, e cioè che la cosa meno sensata è andare a votare con questa legge elettorale». Poi è lo stesso Bersani a puntualizzare: «Io non ho mai fatto nomi. Ho detto che ci vuole un governo di transizione, per un tempo limitato per cambiare la legge elettorale, ma la scelta e la forma è una decisione che spetta al presidente della Repubblica». Solo che il danno è fatto, ormai.
Del resto, per capire il clima non serviva l’infelice uscita del segretario. Bastava fare un giro ieri a Montecitorio. Di qua un capannello di ex Ppi organizzava una cena che si sarebbe potuta intitolare: «Terzo polo in costruzione». Di là, Dario Franceschini veniva avvistato nel cortile, dietro a un cespuglio. Parlava di nascosto con Pier Ferdinando Casini.