Il caso E Veronica boccia Walter: «Dov’è? Che fa?»

Lo dice con la grazia di chi porge un fiore, ma arriva come una badilata, sulla testa già dolente di Walter Veltroni. Perché in quelle poche parole pronunciate con eleganza da Veronica Lario in un colloquio con la Stampa c’è l’esatta misura della crisi del Pd, la perfetta e impietosa sintesi di ciò che poteva essere e non è stato.
A Uòlter che si ispirava a Barack, «yes, we can», adesso tocca sentirsi dire che no, in Italia non esiste un leader come Obama, che agli Stati Uniti ha saputo dare un messaggio di unità, compattezza, speranza. Soprattutto, al segretario che al Lingotto aveva dato il «la» al bipolarismo uccidendo la sinistra e che dopo il voto aveva dipinto un orizzonte di lungimiranza perché «all’Italia serve un’opposizione responsabile», tocca incassare senza saper rispondere la domanda: «Oggi in Italia manca un’opposizione. Dov’è? Che fa? Si è inaridita e questo non è un bene neppure per il governo», perché «un’opposizione forte costringerebbe la maggioranza a sforzarsi di essere migliore, a misurarsi su un livello di confronto politico più alto». Invece, dice la moglie di Silvio Berlusconi con sottile sarcasmo: «Mio marito governerà ancora per dieci anni». E adesso valle a replicare. Ci prova il veltroniano Giorgio Tonini, ma più che una difesa pare un balbettio: «La signora Veronica pretenderebbe che un maratoneta, qual deve essere Veltroni, diventi un centometrista. Ma ora è più il momento del fiato che quello dello sprint...», si avvita il senatore. Il fatto è qui, non potendo negare la sostanza, non è che ti puoi nascondere dietro alla sempre utile «strumentalizzazione politica», o alla salvifica «disonestà intellettuale dell’avversario». È passato poco più di un anno, da quando Walter e Veronica si sfiorarono in una corrispondenza di intellettuali sensi. Ottobre 2007. Il governo Prodi si accingeva a capitombolare, Veltroni a scalare la vetta del nascente Pd con le primarie che lo avrebbero incoronato segretario. E lui se ne uscì dicendo che Veronica la vorrei in squadra, mica per dispetto a Silvio, ma perché, disse spiazzando i suoi e beccandosi le unghiate di Rosy Bindi, «ha caratteristiche rare, entrambe utili a questo Paese: è open minded, curiosa e ha una grande autonomia intellettuale». Lei declinò l’invito, «come moglie del leader dell’opposizione ho un ruolo e lo rispetto», però riconobbe coraggio e valore al corteggiatore: «Aver citato il cognome che porto significa superare quindici anni di conflitti. Veltroni porta con sé passione politica e il fascino di un’idea che apre al dialogo».
Così, ne ha seguito i passi da osservatrice attenta. «Mi era piaciuto il discorso che il segretario aveva fatto a Torino per lanciare la sua sfida, ma ora tutto questo mi pare perduto» si rammarica adesso. Tutto perduto in quelle lotte fratricide che sono l’antica attitudine della sinistra a farsi del male da sé, e nell’incapacità, segnala la moglie del Cavaliere, di imporsi nell’agenda politica. Ma con un problema in più: «Veltroni è scomparso dalla scena e non vedo qualcun altro capace di prenderne il posto e di impugnare saldamente il timone del Pd». Servirebbe «una figura nuova, giovane, capace di diventare leader» suggerisce, ed è l’ultima lama infilata nel cuore del (non più) giovane Walter, che proprio con quell’identikit si era presentato, persino rinnegando di aver avuto un passato: «Mai stato comunista». E così valle a replicare, a Veronica «open minded», quando tocca a lei, la moglie del premier, dire qualcosa di sinistra: ma i «bamboccioni, come fanno a lasciare la casa dei genitori se guadagnano 500 euro al mese?».