«Caso Francesca», un massaggio al guardonismo

Caro dott. Granzotto, ha mai pensato se la signora Francesca, fisioterapista o massaggiatrice che dir si voglia, fosse stata la moglie di un magistrato o di un segretario di un partito? Trattata come una puttana. Quel magistrato che l’ha messa in una simile situazione pagherà per questa colpa? E se un parente intimo di Francesca, il marito, o il padre, colto da raptus, spaccasse la faccia a quel magistrato, che cosa accadrebbe? Il Csm ha aperto un fascicolo? Oppure i fascicoli si aprono solo se è Berlusconi a deprecare il comportamento di certi magistrati mentre questi possono fare di tutto e di più?
Torino

Facendo e dicendo cose delle quali non solo non ho da vergognarmi, ma che non sfiorano nemmeno l’ipotesi di reato, fino a qualche tempo fa non davo molto peso ai ripetuti allarmi per le violazioni della privacy. Non creda ch’io mi consideri un santo, caro Ruggieri, no davvero. Però dal codice civile, penale e morale mi tengo senza fatica o particolari tribolazioni alla larga. Come del resto la stragrandissima maggioranza degli italiani. Che dunque una delle tante telecamere «di sorveglianza» mi riprendesse, che tramite il Telepass qualcuno fosse a conoscenza dei miei spostamenti o che chi di dovere intercettasse le mie telefonate, non mi faceva né caldo né freddo. Ma ora le cose sono cambiate e a cambiarle è intervenuta la pulsione manettara di parte della magistratura e degli organi di informazione che ne rappresentano il megafono. Per quella cricca nulla di ciò che facciamo o diciamo è innocente. Per quella cricca siamo tutti colpevoli. Se conoscendo Bertolaso gli avessi telefonato chiedendogli come stava, qualcuno con la toga mi avrebbe immediatamente rubricato come complice d’un malaffare. E se da indagato - da presunto innocente, come pretende la Costituzione insistentemente sbandierata dai manettari - avvicino una donna, adesso va così: la donna è senz’altro merce di scambio sessuale, ergo una puttana (o escort che dir si voglia). La cura con la quale l’inquirente ha estrapolato da una montagna di intercettazioni telefoniche i passi che riguardavano la Francesca alla quale lei fa riferimento, caro Ruggieri, l’interesse che non è troppo definire morboso per quella fisioterapista, parla chiaro. Convinti che fosse un boccone ghiotto, senza cercare un riscontro che confermasse i sospetti, Francesca, o meglio l’immagine distorta di Francesca, è finita in pasto all’opinione pubblica. Conosciamo già le obiezioni: non era e non poteva essere nelle intenzioni rendere pubblici quegli atti, per altro coperti dal segreto istruttorio. Ci si può anche credere, ma cosa dico: ci crediamo senz’altro. Però le trascrizioni sono finite, come sempre, sulle prime pagine dei quotidiani. Chissà come e chissà perché.
Di fronte all’uso spregiudicato, guardonista e maniacale delle intercettazioni siamo inermi, caro Ruggieri. Se incappi nella rete - se cioè componi il numero di uno degli innumerevoli intercettati (al costo di circa 300 milioni l’anno, mica bruscolini) - sei già bello che condannato. Perché a tua volta sarai intercettato e intercettati a loro volta tutti coloro con i quali discorri al telefono. A questo guaio, sopportabile per quanto mi riguarda, se ne aggiunge un altro insopportabile: per il solo fatto d’esser intercettato, l’intercettato anche di seconda o terza mano è agli occhi o meglio alle orecchie dell’intercettatore un poco di buono (o una poco di buono). E in tal fatta compare poi sui giornali, dove abitualmente certe procure depositano gli atti. Quasi che la loro missione sia quella di - mi si passi l’espressione per niente ammodo - sputtanare la gente. In nome della legge, va da sé.