Caso Garlasco: la sentenza attesa per oggi

Per Alberto Stasi arriva il giorno che vale una vita intera. L’accusa ha chiesto per lui una condanna a 30 anni indicandolo come l'assassino di Chiara Poggi. Un processo senza vere prove e
senza un movente certo 

Il compito impossibile di coloro che applicano la legge, soprattutto in materia penale, è quello di dover adattare un numero finito di leggi, sentenze e casistiche a qualcosa che appare infinito, e infinitamente variabile, come la vita.
Ogni omicidio ha la sua storia, il suo romanzo, e non ce ne sono due uguali - non meno di quanto possano esistere due impronte digitali perfettamente identiche.

Oggi sapremo se Alberto Stasi verrà prosciolto da ogni accusa di omicidio di Chiara Poggi, o se andrà in prigione e ci resterà magari trent’anni, secondo le richieste dell’accusa.
Comunque vadano le cose, la giustizia non trionferà. Magari vincerà di misura, ce lo auguriamo tutti, ma sarà difficile che nella sentenza non s’intrufoli anche un pezzetto d’ingiustizia, magari nella forma di un preconcetto, di un eccesso di sospetto, di un disegno formatosi dentro le teste dei giudici, che come tutti noi possono accanircisi fino a dimenticare che è e rimane un fac-simile della realtà, un rendering, come si dice oggi, ma che non è la realtà.

C’è poi anche un altro pensiero che fatica ad abbandonarci, e cioè che la giustizia ha bisogno di fortuna per vincere. Specialmente in un processo senza vere prove e senza un vero movente come questo, relativo al delitto di Garlasco.
Tutto il resto che possiamo dire sul merito del processo è pura opzione. Alberto Stasi è colpevole o no? Chi scrive per esempio è dalla parte degli innocentisti, per due ragioni: la prima è che, come ho già detto alcuni giorni fa, la galera è comunque un male per l'uomo; la seconda è che mandare una persona lì dentro per trent’anni sulla scorta, tutto sommato, di un teorema, senza prove e con un movente tutto ipotetico, mi sembra francamente rischioso.
Ma queste considerazioni, di per sé di poco conto, aprono a un protagonista nuovo e inatteso. Se non esistono due delitti paragonabili tra loro, esistono orientamenti che appartengono al momento che la società italiana sta vivendo, ora. Questo protagonista è l’Italia, un’Italia strana, difficile, diversa da quella che abbiamo in mente.

La pubblica accusa del processo ha ripetuto due volte, in due diverse occasioni, la stessa frase: «a me fanno paura gli assassini liberi». È su questo punto che vorremmo fermare l’attenzione, perché ci illumina su un cambiamento antropologico avvenuto nel nostro Paese da diversi anni a questa parte.
La frase citata si fonda su un principio che potremmo riassumere così: «Meglio un innocente in prigione che un criminale a piede libero». Una frase che è l’esatto opposto di quella che mi aveva insegnato mio padre, e cioè che un criminale in libertà è sempre meglio di un innocente condannato. E sono convinto che l’insegnamento di mio padre apparteneva largamente, allora, ai sentimenti condivisi.

Ma l’Italia è cambiata. Giustizialismo, garantismo, individualismo e altri analoghi atteggiamenti (fino al cosiddetto familismo amorale) sono noti da molto tempo. Che una grossa parte dell’Italia ritenga che il problema principale sia quello della sicurezza (una parola che, in altri tempi, non avrebbe spostato un solo voto) non c’è dubbio. Che siamo tutti abbastanza egoisti da pensare innanzitutto alla nostra sicurezza personale, fino a considerare la condanna di un innocente nulla più che un male necessario, è un dato di fatto.
Ma quelle parole adombrano qualcosa di più. È come se i sentimenti condivisi - oggi orientati verso il colpevolismo - fossero chiamati a raccolta al processo per determinarne in qualche modo l’esito. È come se l’opinione pubblica dovesse diventare il giudice che decide se Alberto Stasi è colpevole o no.

In questo processo abbiamo sentito troppe parole simili a tanti luoghi comuni che percorrono le nostre comunicazioni, da quelle pubbliche (mass-media e giornali) a quelle occasionali che si svolgono sul tram o dal parrucchiere o all’ufficio postale, e che non sono meno tenaci e testarde.
È necessario scardinare questa impressione di un cortocircuito tra giustizia e società, è necessario e urgente che la giustizia italiana riacquisti la sua immagine di oggettività e libertà per evitare il rischio che, a condannare o prosciogliere, sia un’opinione pubblica che sarebbe da pazzi considerare sovrana.