Caso Hariri, l’Onu chiede l’arresto di cinque alti ufficiali di Damasco

Il Consiglio di sicurezza prepara una risoluzione con condanna e sanzioni

Un presidente con le spalle al muro. Un regime inchiodato alle proprie responsabilità. Certo Damasco in queste ore è impegnata a respingere con sdegno le accuse per l’assassinio del deputato Gibran Tueni, ma non è questo il punto. Il punto è in quelle 25 paginette consegnate dal giudice tedesco Detlev Mehlis, capo della commissione d’inchiesta dell’Onu sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri, al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Dalle pagine del secondo rapporto, dopo quello preliminare consegnato lo scorso ottobre, trapela l’ostruzionismo siriano all’inchiesta: «Continuano a non cooperare con il gruppo dell’Onu – recita il nuovo rapporto - e cercano di distrarre gli investigatori».
Da quelle pagine emergono anche 19 nomi siriani e libanesi. Sono quelli dei principali sospettati per il complotto. Sono quelli che il mastino Detlev Mehlis pretende vengano arrestati dalle stesse autorità di Damasco. Fra quei diciannove nomi spiccano quelli dei cinque ufficiali siriani fatti interrogare da Mehlis la scorsa settimana a Vienna. Sono il generale Rustom Ghazali, comandante dei servizi segreti militari siriani in Libano prima e dopo l’uccisione di Hariri, il suo braccio destro colonnello Jamaa Jamaa, il generale Abdul Karim Abbas, accusato di aver preparato il furgone con l’esplosivo, il generale Zafer Yussef, un esperto di telecomunicazioni responsabile forse delle interferenze ai congegni antiesplosivi della scorta di Hariri e il colonnello Samih Qashaami.
Fra quei cinque nomi spicca quello di Ghazali. Prendeva ordini direttamente dal presidente Bashar Assad ed è l’attuale responsabile dei servizi segreti siriani. Nell’interrogatorio di Vienna avrebbe ammesso che l’intero archivio libanese dei servizi segreti siriani è stato distrutto. «Le dichiarazioni rese da due dei sospetti - recita il rapporto Mehlis – indicano che tutti i documenti riguardanti il Libano sono stati bruciati».
Se Ghazali parla, ammette le proprie colpe o almeno i tentativi di bloccare l’inchiesta, chi gli stava sopra non poteva non sapere. Ancora più importanti sono i nomi degli ufficiali che Damasco ha rifiutato di mandare a Vienna. Sono quelli di Maher Assad, il fratello del presidente al comando della guardia presidenziale, e del generale Assef Shawqat, marito della sorella di Bashar e capo potentissimo dell’intelligence militare. Non si sa ancora se i loro due nomi siano stati inseriti nel rapporto la cui versione integrale diverrà pubblica solo oggi. Ma non conta molto. La cosa importante è che gli inquirenti sono sempre più vicini ai vertici siriani.
A questo punto Bashar Assad sembra aver davanti due strade. Può abbandonare tutto il suo clan e cercare di sopravvivere da solo ai complotti e alle insidie interne. Oppure può trasformare il Paese in una roccaforte assediata. In entrambi i casi non sembra avere un grande futuro. A New York in queste ore tutto pare pronto per la prima mazzata, la discussione del rapporto al Consiglio di Sicurezza, la richiesta di una risoluzione di condanna della Siria e il voto di durissime sanzioni. Assad in queste ore sembra comprendere che la situazione si fa disperata. In un’intervista a una televisione di Mosca dichiara che colpire la Siria equivale a far sprofondare l’intera regione nel caos, «e quel caos – aggiunge – potrebbe lambire anche i confini della Russia». Con quell’aggiunta vagamente minacciosa si tradisce. Fa capire che l’amico russo si prepara ad abbandonarlo, a negargli quel veto indispensabile per bloccare risoluzione e sanzioni.
Un’altra umiliazione gli arriva intanto da Riad, a cui aveva chiesto una mediazione con gli Stati Uniti. Ma i legami di sangue e d’affari del defunto premier Rafik Hariri con la casa regnante saudita pesano ancora. E così re Abdallah non lo degna neppure d’una risposta e invita in visita ufficiale Walid Jumblatt, il leader druso che ieri, davanti al cadavere di Tueni, puntava il dito contro Damasco e chiedeva di metter fine al terrorismo del nemico siriano.