Caso Hariri, la Siria si difende spalle al muro

Il governo di Beirut elogia unanime il rapporto Mehlis e isola il presidente Lahoud

Roberto Fabbri

Il rapporto Onu sull’assassinio di Rafik Hariri è «non professionale e politicamente preconcetto». La Siria, messa con le spalle al muro, reagisce alle 54 pagine firmate dal magistrato tedesco Detlev Mehlis per conto delle Nazioni Unite cercando di screditarle, ma affida le sue prese di posizione a figure di secondo piano. Un funzionario del ministero degli Esteri di Damasco ha definito la relazione basata su pregiudizi «destinati a produrre esiti di natura politica, che confinano la Siria nella cerchia degli accusati, ma senza alcuna prova». Gli inquirenti dell'Onu guidati da Mehlis «si sono basati quasi sempre sulle testimonianze di persone in Libano note per la loro inimicizia nei confronti della Siria», mentre nessuna attenzione è stata data alle testimonianze dei funzionari siriani.
Ma non sono solo le fonti ufficiali a bocciare il rapporto. «Sembra che abbia già condannato in anticipo i sospettati - dice il deputato e analista politico siriano George Jabbur -. È un rapporto incompleto, in cui si parla anche di ciò che può essere descritto come criminalità finanziaria e riciclaggio di denaro». E per Akram al-Bunni, ex prigioniero politico nelle carceri di Assad, «il rapporto è solo preliminare, perciò dobbiamo attendere prove concrete e convincenti prima di condannare». Bunni sostiene che «siamo sulla soglia di una fase molto difficile e speciale di pressioni tra la Siria e la comunità internazionale».
Nonostante questo fuoco di fila, il governo siriano si dice disposto a continuare a collaborare con la comunità internazionale sul caso Hariri ed eventualmente a permettere l’interrogatorio di propri esponenti ufficiali. «Se c’è una qualche richiesta proveniente dalla commissione la discuteremo e potremmo accordarci - ha detto un altro funzionario del ministero degli Esteri di Damasco - ma vedremo quali sono i confini di questa collaborazione e i suoi elementi».
Mentre in Siria ci si ingegna a resistere a pressioni crescenti, in Libano l’onda di marea provocata dal rapporto Mehlis rischia di travolgere l’ultimo alleato di Assad nelle stanze del potere di Beirut, il presidente Emile Lahoud. Ieri il governo libanese si è riunito per tre ore in sua assenza, un fatto molto significativo. Al termine è stata approvata all’unanimità (inclusi, fatto anche questo rilevante, i tre rappresentanti del movimento sciita filosiriano Hezbollah) una dichiarazione che «elogia» il rapporto dell’Onu, giudicandolo «fondato su forti prove» e definendolo «un importante passo avanti verso la completa verità». E tanto per non lasciare dubbi che verità si voglia fare le autorità libanesi hanno arrestato a Beirut Mahmoud Abdel Al, dirigente di al Ahbash, gruppo libanese «con legami storicamente forti con la Siria». Il magistrato Elias Eld che indaga sulla morte di Hariri si sarebbe deciso all’arresto dopo aver letto il rapporto redatto da Mehlis. Nel rapporto si spiega che Abdel Al è stato prima ascoltato come testimone e poi come sospettato. Dai suoi telefoni sarebbero partiti nelle ore precedenti e successive all'attentato numerose telefonate a ufficiali dell'intelligence siriana e della sicurezza libanese. Ma c'è molto di più: Abdel Al avrebbe telefonato al cellulare del presidente libanese Emile Lahoud alle 12.47, qualche minuto prima dell'esplosione. L’ufficio di Lahoud ha prontamente smentito l’accusa.
Ieri ha fatto sentire la sua voce anche Saad Hariri, secondogenito dell’ex premier assassinato e suo erede politico. Parlando in diretta alle televisioni libanesi dall’Arabia Saudita dove si è rifugiato per sfuggire a chi vorrebbe fargli fare la fine del padre, il giovane vincitore delle elezioni della scorsa primavera ha attaccato con durezza la Siria. «Il premier Hariri era considerato pericoloso dal regime di tutela, ha detto -. Per questo hanno organizzato il crimine: aveva rifiutato di cedere il Libano al regime di sicurezza interna ed esterna». Anche la stampa libanese picchia duro in direzione di Lahoud. «Fare i conti con la realtà sembra purtroppo essere un compito troppo difficile per il presidente Lahoud - ha scritto il Daily Star -. Nonostante le diffuse richieste di dimissioni, non riesce a vedere che i libanesi non lo vogliono più. Lahoud, te lo abbiamo già chiesto e gentilmente te lo chiediamo ancora: vattene a casa e lascia vivere in pace i libanesi».