Il caso Io, censurato in nome del politicamente corretto

Censurato. Tutta colpa di una goliardata, di un amore per Lucrezio e Ovidio, per un post irriverente e antirazzista trovato sulla bacheca di un’amica su Facebook e condiviso con un semplice clic. Una cosa così: «a questo punto perché non si aboliscono i numeri arabi e si torna a quelli romani?». Niente più 15, ma XV. Sembrava una cosa innocua, come a dire: non esageriamo con l’islamofobia. Non l’hanno capita. Il grande demiurgo di Fb, quello che un giorno in un delirio di onnipotenza si racconterà con un «in principio era il verbo», il Dio che governa i social network non ha gradito. Forse manca di ironia. Forse ha frainteso. Forse pensava di avere a che fare con pericolosi crociati. Forse quel giorno non aveva censurato nessuno. Fatto sta che il post, pluf, scompare. Poco male. Non è che era questa gran cosa, ma un po’ ti scoccia che qualcuno, un burocrate senza volto, si metta a cancellare roba sulla tua bacheca. E ti appioppi indirettamente una condanna per presunto razzismo. Censura, censura, censura. E che diamine. Qui imperversano gruppi che cantano il de profundis al Cavaliere, minestroni di odio a destra e a manca, linciaggi mascherati e le guardie censurano la mia bacheca? Mica è giusto.