Caso Iran, un fallimento il vertice di Londra

Il premier spera nella ripresa dei negoziati di pace dopo le elezioni ma insiste sul disarmo dei terroristi

Gian Micalessin

Saranno i limiti del multilateralismo, le inadeguatezze della diplomazia, le debolezze della democrazia, ma se bisogna giudicare dai risultati il vertice di Londra è soltanto un umiliante fallimento. A Londra gli Stati Uniti e i tre «grandi europei» - Gran Bretagna, Francia e Germania - s’erano imposti di mettere con le spalle al muro Russia e Cina convincendoli a deferire al Consiglio di sicurezza la Repubblica islamica. Stati Uniti e Europa escono da quell’incontro doppiamente umiliati. Innanzitutto per non essere riusciti a piegare Mosca e Pechino. In secondo luogo per avere avvalorato con fughe di notizie completamente infondate l’idea che tutto fosse filato liscio. Lunedì sera, dopo una giornata priva di notizie, un profluvio di fonti diplomatiche nascoste dietro l’anonimato dissemina l’idea che l’accordo sia stato raggiunto. Quelle fonti parlano d’intesa realizzata, danno per anticipata al 2 febbraio la riunione del direttivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), aggiungono che i tre grandi europei già lavorano alla mozione da far votare ai membri del direttivo per ottenere il rinvio di Teheran al Consiglio di sicurezza. Ma sono chiacchiere, buone soltanto a far passare la nottata. A Londra americani ed europei restano, in verità, con il cerino acceso tra le dita. Cina e Russia, come chiariscono 24 ore dopo i rispettivi ministri degli Esteri, non si sono sognati manco per un attimo di abbandonare al loro destino uno dei loro migliori partner commerciali. «Le sanzioni - fa notare il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov - non sono certamente né l’unico modo, né il migliore per risolvere le questioni internazionali». Il portavoce cinese Kong Quan chiude la questione spiegando che tutti dovrebbero cercar di riaprire il dialogo e invitando l’Iran a riprendere la moratoria sulle attività nucleari.
Del fallimento euroamericano approfitta immediatamente il premier israeliano Ehud Olmert che - un po’ per acquisire autorità sul fronte interno, un po’ per far sentire la propria voce a livello internazionale e un po’ perché lo pensa veramente - minaccia di intervenire direttamente per bloccare la minaccia iraniana. «In nessun caso e in nessuna circostanza - tuona Olmert pur senza citare esplicitamente Teheran - potremo permettere a chi promuove disegni malvagi e aggressivi contro di noi di possedere armi di distruzione di massa capaci di minacciare la nostra esistenza». Olmert, quando gli viene chiesto se alluda ad un intervento militare, fa anche capire di aver poca fiducia nell’inconcludente diplomazia europea e americana. «Lo Stato d’Israele non può accettare di ritrovarsi minacciato così come, dal mio punto di vista, non potrebbero accettarlo l’Europa e gli Stati Uniti».
Mentre le grandi potenze internazionali discettano e si dividono sull’utilità di deferire al Palazzo di vetro il caso iraniano, il mondo rischia dunque di fare i conti con le conseguenza, molto più devastanti, di un raid preventivo israeliano simile a quello messo in atto nel 1981 sulla centrale irachena di Osirak.
In ogni caso anche in assenza d’imprevedibili mosse israeliane Washington, Londra, Parigi e Berlino hanno ben poco di che rallegrarsi. L’unico risultato certo ottenuto a Londra sembra l’anticipo del direttivo dell’Aiea al 2 febbraio. Il problema ora è cosa farsene. Per ottenere il deferimento al Consiglio di sicurezza la troika europea dovrà presentare al direttivo dell’Aiea una mozione depurata e corretta, priva di qualsiasi riferimento a possibili sanzioni. Trasformare insomma il deferimento in un processo senza condanna. La nuova mozione all’acqua di rose si limiterà a invocare l’autorità del Consiglio di sicurezza per «chiedere piena e immediata collaborazione con l’Aiea» e far capire all’Iran che «sono indispensabili ulteriori dimostrazioni di trasparenza». Un po’ poco, sembrerebbe, per scalfire la determinazione di chi continua a farsi beffe delle inconcludenze occidentali. Ieri, reiterando la consueta strategia del bastone e della carota, Teheran ha riproposto all’Europa di riprendere i negoziati e contemporaneamente ha ribadito per bocca del suo rappresentante all’Aiea «l’irreversibilità della decisione con cui è stata riavviata la ricerca nucleare». «Questo è assurdo - hanno commentato fonte diplomatiche britanniche - visto che sono stati gli stessi iraniani a rendere impossibile qualsiasi ripresa delle trattative».
L’unico segnale di un possibile tentennamento iraniano è contenuto nella notizia dell’incontro segreto svoltosi domenica tra il direttore dell'Aiea Mohammed el Baradei e il capo negoziatore iraniano Ali Larijani. Larijani, secondo alcune fonti, avrebbe chiesto un aiuto per evitare misure concrete contro il suo Paese durante il vertice di Londra. Un aiuto, come s’è visto, di cui non c’era assolutamente bisogno.