Un caso isolato? Macché Negli armadi del tribunale ci sono altri 70 scheletri

MilanoE non c’è solo il processo del record, il fallimento aperto da trentotto anni della Costruzioni Edili Speciali. Se si scartabella negli archivi della sezione fallimentare del Tribunale di Milano, l’elenco dei fascicoli con i capelli bianchi è tale da lasciare decisamente stupiti. E il primo a restare di sasso è stato Filippo Lamanna, il magistrato scelto da Livia Pomodoro - presidente del tribunale di Milano - per mettere un po’ di ordine nel marasma della Fallimentare. Per questo il neopresidente ha ordinato un censimento di tutti i fascicoli aperti, dei «cadaveri» sepolti negli armadi della sezione. E il risultato è stato tale, confessa Lamanna, «che in alcuni casi la mia sensazione è stata di ritrovarmi in un ambito paranormale».
È stato in questo censimento che è saltata fuori la storia della Costruzioni Edili Speciali. Non è, ha scoperto Lamanna, un caso isolato. La Ces è stata dichiarata fallita nel 1971. Un altro gruppo di quattro o cinque fascicoli ancora aperti riguarda fallimenti dichiarati tra il 1975 e il 1980. Una decina negli anni Ottanta. Una cinquantina negli anni Novanta. Insomma, una caterva di vicende del secolo scorso, cause ormai maggiorenni, costate a volte più soldi - tra periti, curatori, avvocati, giudici, cancellieri, custodi - di quanto si sia recuperato da distribuire tra i creditori.
Come è possibile, quale buco nero può mai inghiottire un processo al punto di farlo sparire per dieci, venti, trent’anni? Storicamente, non è un eccesso polemico sostenere che al tribunale fallimentare di Milano negli anni passati l’inefficienza si aggiungesse al malaffare e alla corruzione, e questo è oggettivamente una buona spiegazione anche per l’inverosimile allungamento dei tempi. Adesso Lamanna ha ordinato che i fascicoli defunti vengano riesumati dagli armadi e portati a conclusione in tempi ragionevoli. Ma non si nasconde che i ritardi mostruosi accumulati dalla sezione Fallimentare siano il punto finale di una catena di inefficienze che riguarda l’intero sistema della giustizia civile. Perché è praticamente inevitabile che quando un’azienda fallisce il curatore che ne prende in mano le redini debba infilarsi in un calvario di cause di ogni genere - revocatorie, recupero crediti, risarcimenti, azioni di responsabilità - per le quali non esistono corsie preferenziali, e che quindi vanno ad accordarsi ai tempi biblici del pianeta giustizia. Il normale buon senso, quello che a un certo punto suggerirebbe di chiudere la faccenda distribuendo ai creditori quel che si è potuto raccogliere, non è scritto nella legge fallimentare. Eppure anche per questi processi dovrebbe valere l’articolo 111 della Costituzione, quello che prevede la «ragionevole durata» del processo. E come può essere considerato ragionevole, un processo che dura trentotto anni?