IL CASO DEL LETTORE

Alcuni giorni fa ho perduto mia moglie. Non sono sicuro di aver capito come sia accaduto, quello che so è che non è più qui con me. Pochi giorni fa eravamo ancora l’uno accanto all’altra, passeggiavamo tranquillamente in montagna quando, all’improvviso, si è sentita male: un gran giramento di testa e subito dopo lo svenimento. Il pronto intervento di Merano non ha tardato ad arrivare, grazie al cielo, e la dottoressa, dopo avermi chiesto cosa fosse successo a mia moglie, in pochi minuti mi ha tranquillizzato, dicendomi però che le avevano dato una medicina per il cuore. Mia moglie aveva avuto un infarto. A quel punto, di corsa verso l’ospedale di Bolzano e lì, dopo un’attesa eterna, prima mi hanno congedato con le parole «è tutto sotto controllo, può andare a casa», ma dopo poche ore mi hanno telefonato per dirmi «sua moglie è grave, venga subito». Doveva essere operata d’urgenza al cervello, le speranze di salvarla erano minime.
Il giorno successivo veniva dichiarata la morte cerebrale di mia moglie. Il cuore batteva ancora. Trascorsa la notte, sarebbero state staccate le macchine che la tenevano in vita. Il cuore batteva ancora. I medici dicevano che (forse) c’era stato un errore del personale medico che aveva effettuato il primo intervento. Quindi la diagnosi e di conseguenza la medicina che le avevano dato erano sbagliate. Gli errori commessi erano stati effettivamente gravi, ma nonostante questo non era possibile fare denuncia alla Procura. Ma perché me lo dicevano solo poche ore prima della sua morte? E chi è questo dottor Pitscheider che non era presente all’operazione ma che al giornale Alto Adige dichiara con tanta sicurezza che si trattava di un infarto? Perché esclude nel modo più assoluto la possibilità di gravi errori sanitari? Perché si mostra così sicuro su una diagnosi già smentita da altri suoi colleghi? Eppure insiste a dire che «in base agli elementi clinici ed elettrocardiografici disponibili in emergenza, la diagnosi di infarto cardiaco era corretta ed altrettanto corretta è stata la strategia complessiva messa in atto dalla dottoressa intervenuta sul posto». L’unica concessione del dottor Pitscheider riguarda il farmaco: «Resta ancora da chiarire, ma la verifica spetta alla magistratura, quale sia stata la dose di anticoagulante somministrata alla paziente». Ma non dovrebbero essere i medici a sapere queste cose? Non capisco.
Racconto la breve storia delle ultime ore di vita di mia moglie nella speranza che in qualche modo, anche se non so esattamente quale, questa vicenda possa servire a chi la legge. A coloro che un giorno potrebbero trovarsi nella stessa situazione o a coloro che forse ci si sono già trovati ma anche a coloro che hanno la possibilità di far sì che nessun altro ci si debba trovare.