Caso Litvinenko riesplode la tensione tra Mosca e Londra

Il governo di Gordon Brown ignora l’ordine di chiudere due sedi del British Council. E Putin sospende tutti i visti agli impiegati inglesi

da Londra

Londra sfida Mosca, ma questa volta è una questione di cultura, quella con la “C” maiuscola. Pur di difendere il proprio patrimonio culturale in terra russa - che è come ribadire l’importanza dell’identità nazionale soprattutto quando si è parte di una minoranza - il governo di Gordon Brown ha infatti deciso di ignorare l’ordine impartitogli da Mosca già alla fine del 2007, relativo alla chiusura delle due sedi del British Council di San Pietroburgo e Ekaterinburg.
Ufficialmente il governo moscovita aveva spiegato la sua decisione accusando di irregolarità fiscali i due uffici dell’ente di cultura britannico. In realtà, il gesto non è stato che l’ultima ripicca di Putin nei confronti degli inglesi in seguito all’“affaire Lugovoi”, legato a sua volta all’omicidio dell’ex agente segreto Alexander Litvinenko, assassinato proprio a Londra e sulla cui morte sia i russi che i britannici hanno avviato un’inchiesta. Dopo la morte dell’ex spia, la tensione tra Mosca e Londra non era mai diminuita e i rapporti diplomatici erano riusciti a stemperarla soltanto provvisoriamente.
Più volte i due Paesi si erano lanciati accuse reciproche, ma il caso è esploso nuovamente quando gli inglesi hanno incriminato l’uomo d’affari russo Alexander Lugovoi dell’omicidio di Litvinenko chiedendone l’estradizione. Il governo Putin si era rifiutato e il governo inglese aveva espulso dal paese quattro diplomatici. La Russia non era stata da meno e aveva ordinato la chiusura dei due uffici locali di cultura britannica a partire dal gennaio del 2008. Ordine al quale Gordon Brown - che già nelle settimane scorse aveva definito le due sedi «pienamente legittimate ad operare» - ha deciso di non sottostare mandando a lavorare i propri impiegati come sempre. Ieri il governo moscovita con una nota di protesta ufficiale ha definito il gesto «una provocazione», spiegando anche che i due uffici hanno praticamente continuato a fare il proprio lavoro cambiando solamente il nome e diventando rappresentanze del consolato britannico. Che i russi abbiano scoperto la manovra messa in atto per raggirare la messa al bando del British Council, non sembra turbare affatto l’esecutivo inglese. L’ambasciatore britannico a Mosca, sir Tony Brenton, ha infatti fatto capire chiaramente che i dipendenti continueranno ad operare come sempre e che ogni altro atto contro le loro sedi da parte russa sarà da considerare una violazione delle leggi internazionali. «Va inoltre tenuto conto - ha spiegato ieri l’ambasciatore dopo essere stato convocato dal vice ministro degli esteri russo Vladimir Titov - che esistono molti altri campi in cui i due paesi operano congiuntamente e bisogna stare attenti che questo problema non comprometta tutte le nostre collaborazioni».
Sembra che la Russia l’abbia presa malissimo, ma il rappresentante del British Council, Martin Davidson, continua a sperare in una riconciliazione finale. «Penso che la gente comune conosca il grande valore del lavoro che facciamo qui - ha detto ieri - come noi ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia importante mantenere relazioni serene con la Russia». Nel frattempo anche la Francia è intervenuta nella questione prendendo le parti della Gran Bretagna.
Tra i due contendenti principali, comunque, la partita rimane aperta. E come primo atto, Mosca ha deciso di sospendere il rilascio dei visti ai nuovi funzionari del Council inviati nelle due sedi contestate e di non rinnovare quelli del personale già presente.