Caso Ludwig, le stragi neonaziste: Furlan uscirà dal carcere tra un mese

In otto anni 28 omicidi in nome di un credo moralista di ispirazione nazista. Nel 1984 i due componenti del gruppo furono condannati a 27 anni di carcere

Milano - Marco Furlan, il veronese che insieme a Wolfgang Abel aveva dato vita alla formazione neonazista Ludwig, e condannato a 27 anni di carcere potrebbe tornare definitivamente libero tra circa un mese. Il prossimo 9 novembre davanti al tribunale di sorveglianza di Milano si terrà l’udienza per decidere la revoca della libertà vigilata concessagli più di un anno fa al posto della misura di sicurezza del ricovero in casa di cura.

Sette anni di orrori Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia veronese, furono autori di una lunga serie di omicidi nel nord-est dell’Italia e in Germania, in un periodo di tempo tra il 25 agosto 1977 e il 7 gennaio 1984. Crimini rivendicati con la sigla "Ludwig", marchio neonazista per un’idea del mondo da ripulire da barboni, omosessuali, tossicodipendenti, preti segnati da peccati in gioventù, discoteche e cinema porno. La striscia di sangue si concluse il 4 marzo 1984, proprio in un locale da ballo a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. 

Il processo e la condanna Furlan è nato a Padova il 16 gennaio 1960. Il padre era allora primario del reparto di chirurgia plastica di Borgo Trento. Incontrò Abel al liceo Fracastoro. Poi, all`università, le loro scelte li divisero. Dopo l`arresto, furono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto l’ergastolo. Il 15 giugno 1988 la Corte d’Assise d’Appello di Venezia rimise in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordinò a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da dove fuggì nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in cassazione. Fu catturato nel maggio del 1995 a Creta, dove viveva sotto falso nome e venne riportato in Italia. Intanto il 10 aprile del 1990 la Corte d’Appello di Venezia lo aveva condannato in contumacia a 27 anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione.