Il caso Luttazzi e la tecnica del martirio

Stupito, sbalordito, offeso. Dopo il niet a Giuliano Ferrara - «figuriamoci se vado ad aumentare l’audience di un programma altrui» - e a Corrado Formigli (Controcorrente su Sky Tg24), ieri Daniele Luttazzi si è ritratto, sdegnoso, anche all’invito di Michele Santoro che, con lui, avrebbe voluto imbastire il prossimo Annozero sulla presunta normalizzazione che serpeggia nelle televisioni. Chissà se parteciperà alla manifestazione indetta per lunedì all’Ambra Jovinelli dall’associazione Articolo 31. O se la beatificazione del martire recidivo avverrà ancora in sua assenza, con piena gratificazione del suo ego ipertrofico.
Nell’ansiosa attesa di saperne di più - il lettore scelga liberamente tra le tre ipotesi più accreditate dallo stesso Luttazzi: la sospensione di Decameron si deve all’irritazione di Giuliano Ferrara, all’intervento del Vaticano perché il comico voleva occuparsi dell’enciclica del Papa, al nuovo asse Berlusconi-Veltroni che addomestica tutto e tutti - converrà recuperare alcuni dettagli, non proprio secondari.
Con un cambio di rotta, utile ad elevare il suo profilo, infatti, ora Luttazzi cita ripetutamente Lenny Bruce, per il quale «non è il sesso a essere pornografico, ma la guerra», dimenticando però che nella sua già lunga carriera si è sempre sbizzarrito sui genitali ambosessi. Daniele Luttazzi, vero nome Daniele Fabbri, ex consigliere dc a Sant’Arcangelo di Romagna, da anni coltiva infatti una certosina predilezione per tutte le sostanze organiche secrète dal corpo umano. Una vera passione, la sua, parlare di cacca, pipì, sperma, mestruazioni, saliva, sputi e tutto il resto. Per stupire i borghesi, che saremmo noi spettatori. Fin dai tempi di Magazine 3 quando si presentava in camice bianco per impartire lezioni di ginecologia spinta, cospargeva le sue performance di questi grumi e liquidi. Salvo poi parlare di satira, arte, poesia, chiamando a conforto Plauto, Aristofane, Ruzante, Rabelais. E soprattutto gli avvocati dell’azienda per la quale lavora.
Qualche anno fa, dopo il famoso editto bulgaro, avrebbe dovuto tornare in Tv su Canal Jimmy, il più trasgressivo dei canali satellitari. La trattativa durò a lungo: finalmente torna l’epurato, si ripristina un pezzo di libertà. Ok, aspettiamo; si cucirà uno strappo eccetera.
Invece. Anche allora la collaborazione sfumò: però ancor prima di cominciare. Luttazzi pretendeva assoluta libertà di parola, senza però dover rispondere in prima persona del suo dire e dileggiare, mi correggo, del suo far satira. Condizione imprescindibile: in caso di querele di qualcuno dei suoi bersagli, avrebbero dovuto occuparsene, ed eventualmente pagare, gli studi legali della rete. Non se ne fece nulla.
Poi, un paio di mesi fa, aveva preso tutti in contropiede dimostrando gran coraggio Antonio Campo Dall’Orto annunciando il ritorno di Luttazzi in tv su La7, alle condizioni sempre chieste da lui, invano. Gran rischio e gran fiducia, da ripagare con senso di responsabilità. Invece, il suo delirio di onnipotenza lo ha di nuovo mal consigliato. Luttazzi ha dimostrato una volta di più di non comprendere la differenza tra il far satira a teatro, davanti a un pubblico che paga un biglietto, e farla in televisione. Un conto è esprimersi attraverso una performance che soddisfa il narcisismo dell’attore, un altro confezionare un programma che sta dentro la linea editoriale di una rete generalista. Chissà se in futuro, qualcun altro gli offrirà l’opportunità di provarci ancora.