Il caso Mancini, così le cosche bruciano i politici

Lino Jannuzzi Nelle inchieste contro la massomafia (in cui la massoneria si fondeva con la 'ndrangheta e la mafia stessa) ci furono centinaia di indagati, in Italia e nel mondo, politici soprattutto, persino capi di Stato esteri, centinaia di intercettazioni, rogatorie e interrogatorie, furono sperperati miliardi, furono raccolti e accatastati tonnellate di documenti fino al punto che, superata la capienza del Palazzo di Giustizia di Palmi, dovettero noleggiare un autotreno e trasferire l’archivio a Roma, dove il ministero di Grazia e Giustizia fu costretto a prendere in affitto i locali di un intero edificio. Passarono anni, Cordova lasciò Palmi e l’inchiesta sulla massoneria per altri e prestigiosi incarichi (la sinistra votò per lui persino per la carica di Superprocuratore antimafia preferendolo a Giovanni Falcone), i documenti finirono coperti di polvere e rosicchiati dai topi, finché l’inchiesta fu archiviata per «assoluta inesistenza e inconsistenza dei presupposti penali». La massoneria universale fu assolta, la 'ndrangheta potenziata e promossa.
Massoni nascosti. Nelle more, il sostituto procuratore di Cordova, Maria Grazia Omboni piombò a Roma per sequestrare le liste elettorali di Forza Italia, alla caccia dei massoni che erano in esse annidati. Dovette intervenire l’allora presidente della Repubblica Scalfaro (persino Scalfaro!) per bloccarla, rispedirla a Palmi, sollecitare il Csm a «ammonirla» (e tuttavia fu promossa e fece carriera) e farla richiamare a Verona, da dove proveniva.
Incriminati. Poco dopo i magistrati calabresi incriminarono per concorso esterno in associazione mafiosa Vittorio Sgarbi e Tiziana Majolo, deputati uscenti di Forza Italia e candidati in Calabria. Sgarbi e la Majolo promettevano nei comizi che si sarebbero adoperati, se rieletti, per fare abolire le leggi liberticide e incostituzionali: per i magistrati erano promesse chiaramente dirette a sollecitare i voti della mafia, e comunque i loro programmi elettorali erano di per sé stessi «eversivi» e «mafiomassonici». Non essendo riusciti ad arrestarli e a processarli, incriminarono e arrestarono un paio di dozzine di uomini politici calabresi, e con loro il principe siciliano Gianfranco Alliata di Monreale, che cercavano di promuovere una specie di Lega del Sud, ma in realtà, secondo l’accusa, volevano arruolare la 'ndrangheta per sollevare il Sud contro il Nord e provocarne la secessione dall’Italia unita. Finì nel nulla, ma con il morto: il principe Alliata, vecchio e malandato in salute, fu trasferito dal carcere agli arresti domiciliari appena in tempo per tirare le cuoia.
Grandi operazioni. Seguirono a getto continuo e perpetuo le grandi «operazioni», come le chiamavano: l’«operazione Aspromonte, l’operazione Olimpia, l’operazione Galater» e così via, con centinaia e centinaia di ordini di cattura e l’innesco di decine e decine di processi durati per anni e finiti sempre nel nulla, con le assoluzioni, con gli annullamenti in Cassazione, con le scarcerazioni. L’efficacia e il prestigio della giustizia sempre più in basso, le fortune della 'ndrangheta sempre più in alto. Fino al capolavoro, il colpo di grazia per la classe politica calabrese, e specialmente quella di sinistra: la persecuzione di Giacomo Mancini, il figlio del fondatore del partito socialista in Calabria, lui stesso capo storico del socialismo calabrese, nove volte deputato, cinque volte ministro, segretario del partito e infine plebiscitato sindaco di Cosenza alla testa del blocco delle sinistre. Lo hanno indagato e processato per mafia per otto anni, condannato a cinque anni e mezzo, infine assolto con formula piena, ma segnato nel fisico e nel morale, fino all’ictus, alla sedia a rotelle, alla morte. La morte della parte migliore della classe politica calabrese, la regione privata dei suoi governanti più autorevoli e più capaci, il via libera definitivo al governo della 'ndrangheta.
La retata. E non hanno finito con Mancini. Hanno continuato fino a eliminare, «azzerare», come avevano promesso, tutto il resto. Fino ad oggi, fino alla retata dell’anno scorso. Infastiditi dalle proteste, dalle interrogazioni parlamentari, dalle ispezioni del ministero, i magistrati della Procura di Catanzaro prima hanno arrestato due ex deputati, Amedeo Matacena e Paolo Romeo, il direttore di un periodico locale, Il Dibattito, Francesco Cangemi, suo fratello omonimo e avvocato, un altro combattivo avvocato universalmente stimato, Ugo Colonna, un insegnante collaboratore dello stesso giornale, e hanno sequestrato il giornale, hanno ordinato decine di perquisizioni, anche a casa di un magistrato di Cassazione, e hanno notificato 36 avvisi di garanzia, tra cui al deputato di An Giuseppe Valentino, sottosegretario alla Giustizia nel governo Berlusconi, e all’onorevole Angela Napoli, anche lei di An e che è addirittura vicepresidente della commissione parlamentare antimafia. Che cosa hanno fatto tutti costoro? Sulla base di 60mila pagine di intercettazioni telefoniche e ambientali e sulla scorta delle «propalazioni» dei soliti «pentiti» (il pentito calabrese, definito «una belva senza pelo» è il più screditato del mondo, ed è stato definito «inattendibile» in decine di sentenze), la Procura di Catanzaro sostiene che tutti costoro hanno complottato per «deleggittimare» i «magistrati storici» di Reggio Calabria (e sono proprio il Pennisi del manifesto contro la classe politica, il Boemi che ha processato Giacomo Mancini, il Mollace prevaricatore e proposto per il trasferimento, e il Macrì della «sentenza falsa»), e l’hanno fatto per conto della 'ndrangheta, di cui il giornale sequestrato sarebbe «l’organo ufficiale», e il direttore «il portavoce», e il vice presidente della commissione antimafia e il sottosegretario alla Giustizia ne sarebbero i «rappresentanti politici». E c’è da meravigliarsi se a questo punto, come dice il sostituto procuratore Vincenzo Macrì, la 'ndrangheta, privata del suo giornale, del suo portavoce, dei suoi rappresentanti politici, vuole avere «un ruolo diretto» e vuole «fare in proprio politica»? E chi se no, dopo la liquidazione della classe politica, dovrebbe governare la Calabria?
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