Caso Meocci, cheisto rinvio a giudizio del cda Rai

Per l'inchiesta sugli stipendi d'oro dei manager. Il caso al centro dell'indagine è la nomina di Alfredo Meocci a direttore generale nell'agosto 2005

Roma - La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dei cinque consiglieri di amministrazione della Rai della Cdl che il 4 agosto 2005 votarono la nomina di Alfredo Meocci a direttore generale di viale Mazzini. Abuso d’ufficio continuato e aggravato il reato contestato a Giuliano Urbani (FI), Marco Staderini (UDC), Gennaro Malgieri (AN), Angelo Maria Petroni (di area AN) e Giovanna Bianchi Clerici (Lega) dal pm Adelchi D’Ippolito. Abuso d’ufficio continuato e aggravato dal fatto che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha inflitto all’azienda di viale Mazzini una multa, poi confermata dal Consiglio di Stato, di 14,3 milioni di euro, cui va aggiunto un 10% per il pagamento tardivo della sanzione, tutto a carico del contribuente. La nomina di Meocci, secondo quanto accertato dal magistrato, era viziata da irregolarità: l’ex direttore generale era stato commissario dell’Authority e in virtù di quel ruolo non avrebbe potuto assumere il nuovo incarico.

Accusa e difesa Alla nomina di Meocci avevano espresso un voto contrario i consiglieri Rai del centrosinistra mentre il presidente Claudio Petruccioli si era astenuto. L’Authority aveva poi inflitto anche una multa di 373mila euro allo stesso Meocci. Sarà il gup Giorgio Maria Rossi a pronunciarsi sulle richieste di rinvio a giudizio. Per le difese, gli indagati avrebbero agito nel pieno rispetto della legge, dei regolamenti e dell’interesse aziendale: sulla nomina di Meocci, in particolare, avrebbe pesato in modo decisivo l’indicazione partita dal ministero dell’Economia. Capitolo chiuso, invece, per quanto riguarda gli accertamenti della procura sulla buonauscita concessa a Meocci, che attualmente, una volta ridotti gli emolumenti, percepisce uno stipendio da funzionario.