Caso Meredith: il giallo della chiamata di Raffaele

L’audio della prima telefonata al 112: "È entrato qualcuno in casa". Il
carabiniere: "E lei come fa a dirlo?" L’avvocato di Sollecito ribalta
le accuse e cerca di dimostrare che la ragazza è stata uccisa in una
tentata rapina

Un furto finito male, Mez uccisa da un ladro entrato in casa dopo aver rotto una finestra. Proprio come avrebbe temuto Raffaele Sollecito quando quella maledetta mattina telefonò ai carabinieri. Questa la tesi della difesa dell’ex laureando di Giovinazzo, divenuto ingegnere dietro le sbarre.

Era il 2 novembre, venerdì, ore 12.54 dice la registrazione del centralino del 112. Meredith giaceva lì, già cadavere dietro la porta chiusa a chiave della sua stanza in via della Pergola a Perugia, nella casa che condivideva con altre studentesse. Amanda in primis.
Su quella chiamata, effettuata dall’allora fidanzato della focosa americanina dalla faccia acqua e sapone, accusa e difesa si sono già scontrate. Questione di tempi: Raffaele diede l’allarme prima o dopo l’arrivo della polizia che aveva ritrovato in un giardino a 800 metri di distanza i 2 telefonini della vittima?. Particolare non trascurabile e sul quale ieri gli avvocati di Raffaele avrebbero conquistato un punto a favore. Non sarebbe stato materialmente possibile, considerati gli orari (estrapolati dalle relazioni di servizio) che gli agenti si trovassero già sul posto mentre lui chiedeva l’intervento di una «gazzella».

C’è però qualcos’altro nella registrazione di quel colloquio tra Sollecito e il carabiniere che, qualora si arrivasse a processo, toccherà agli esperti analizzare. Ovvero le parole, i toni, le descrizioni usate dal ragazzo. Fino ad arrivare alle emozioni.

«Pronto, buongiorno, qualcuno è entrato in casa sfondando la finestra», dice Raffaele al centralinista del 112. La voce è quella di una persona calma, senza particolari paure. Si sente in sottofondo una ragazza, Amanda, si presume, dargli indirizzo e numero civico e quindi lui ripeterlo al telefono. La conversazione prosegue: «Ha messo molto disordine e c’è una porta chiusa». Il carabiniere lo interrompe con una domanda: «Praticamente sono entrati, hanno rotto un vetro... come sa che sono entrati?». Raffaele: «Dai segni, ci sono anche macchie di sangue in bagno, non hanno portato via nulla... il problema è che c’è la porta chiusa e ci sono macchie di sangue». Interviene ancora il militare: «Qual è la porta chiusa?». Sollecito: «Di una delle nostre coinquiline che non c’è e non sappiamo dove sia. Abbiamo cercato di chiamarla ma non risponde da nessuna parte...».

Carmelo Lavorino, criminologo, prova a «interpretare» (su nostra richiesta) in chiave analitica questi cinquanta secondi di telefonata.
«Parole che si possono leggere in due chiavi - spiega -: innocentista o colpevolista».
«Mi spiego. Si potrebbe obiettare, per esempio, che il tono di Sollecito sia troppo freddo e distaccato, non presenti toni allarmati. Soprattutto che il giovane non parli subito delle macchie di sangue, anteponendo invece il vetro rotto. Infine un’altra anomalia: definendo Meredith semplicemente la “coinquilina” si può pensare che Sollecito, forse inconsciamente, volesse prendere le distanze da Mez, quasi non conoscesse quella che si scoprirà poi essere la vittima. A mio avviso al carabiniere avrebbe dovuto dire subito delle macchie di sangue prima ancora di sostenere che ci fosse stata un’“irruzione in casa”. È come se Sollecito avesse voluto creare un triangolo: finestra rotta-porta chiusa-coinquilina che non c’è, prefigurando così una spiegazione a ciò che si sarebbe scoperto dopo. E tralasciando però l’ortocento del triangolo, cioè il sangue. Di contro potremmo tuttavia sostenere che Sollecito fosse sotto choc in quel momento, spaventato e quindi abbia per ultimo ciò che più lo spaventava, cioè il sangue».

Congetture, queste, ovviamente. Suggestioni. Ben più solidi gli argomenti presentati ieri, nell’aula che sorge ai piedi dell’acropoli, dai due difensori dell’ingegnere informatico. «In base a una ricostruzione degli orari e della cronologia è emerso che era possibile stabilire l’ora del delitto e dove era Raffaele in quel momento. Cioè non in via Della Pergola», hanno incalzato Luca Maori e Giulia Bongiorno nella loro arringa. Lo dimostrerebbo i tabulati telefonici. Ma c’è di più: utilizzando in aula un manichino i legali hanno evidenziato come «sia impossibile togliere un reggiseno lasciando tracce esclusivamente sui gancetti e non sulla stoffa dello stesso». Dunque le tracce di Dna di Raffaele trovate sul solo gancetto sarebbero attribuibili a una «contaminazione del reperto avvenuta in laboratorio».
Insomma un errore della Scientifica.