Caso Meredith, voglia di casa e nessuno show Ecco il ritorno alla vita di Amanda e Raffaele

Dopo quattro anni di carcere, Amanda e Raffaele sono liberi e si
rifugiano in famiglia per riassaporare la normalità. Evitati i flash e
il facile vittimismo: lei vola in America via Londra, lui arriva in Puglia col padre e mangia pesce fresco

Dopo averla brutalmente persa, dopo averla disperatamente sognata, la libertà riacquista l’irruente forza e l’irresistibile aroma che non avvertiamo quando l’abbiamo. Ghermiti per quattro anni dall’idea di non assaporarla più, o chissà quando, Amanda e Raffaele ne restano giustamente storditi. Da poche ore non sono più assassini, in poche ore devono imparare di nuovo la sottile arte della vita. È come ricomporre un enorme puzzle caduto per terra: ci sono pezzi ovunque, vanno raccattati e rimessi pazientemente al loro posto, inseguendo la giusta armonia. Senza fretta, poco per volta.
Prodigi delle sventure: scampato il naufragio, anche i giovani più autonomi, liberi, disinibiti, persino loro riscoprono il valore supremo di ancoraggi antichi. Appena dopo la sentenza, in luoghi diversi e in momenti diversi, Amanda e Raffaele rimettono subito ai primi posti del loro rinnovato alfabeto due parole vecchie come il mondo: casa, famiglia.
«Papà, adesso riportami a casa», dice Raffaele al padre, lasciando a tarda sera il carcere di Terni. Il ragazzo esce nascosto sul fondo della macchina, per non concedere nulla alle telecamere. Appena fuori tiro, passa sul sedile davanti: «Voglio rivedere tutto dal vivo, non voglio più perdermi niente». Padre e figlio, che in questa orrenda storia non si sono mai allontanati di un millimetro, si tengono stretti per mano nel cuore della notte, viaggiando verso sud. Parlano e parlano, di tutto e di niente. Raffaele accetta anche di esternare qualche emozione all’Ansa, tramite telefonino: «Mi hanno restituito la vita. Ora voglio godermi la mia famiglia. Ho voglia solo di questo. Poi penserò a finire gli esami. Amanda? Non ci siamo incrociati. Un giorno, in futuro, magari ci incontreremo. La sua famiglia mi ha già invitato in America, con i miei. Non so se e quando andremo. Però non subito…».
Prima delle sei l’Audi è a Bisceglie, nella nuova villa acquistata dal signor Sollecito. Raffaele si tuffa nella fantastica riscoperta delle cose minime e sublimi. Quant’è comodo e rassicurante questo letto. Come profuma di buono questo primo caffè. Quanto calore emanano le visite degli amici. Quanto sa di mare questo pesce fresco, che il papà ha comprato al mercato per il primo pranzo libero. Quant’è bella e unica e inimitabile questa vita normale, dopo averla persa e dopo averla ritrovata per sentenza di tribunale.
E lei, Amanda, lo stesso. A verdetto acquisito, via subito dal carcere di Perugia: voglia di casa e di famiglia. Prima il viaggio verso Roma, sull’auto di Corrado Daclon, segretario della fondazione Italia-Usa che in tutto questo tempo le è rimasto vicino. Qualche ora di sonno nella capitale, quindi a Fiumicino con la famiglia. Prima, però, una lettera all’Italia e agli italiani. Amanda la diffonde tramite agenzie. Non ci rinfaccia niente, risuonano solo tenere parole di gratitudine: «A tenermi la mano e a offrirmi sostegno attraverso le barriere e le controversie c’erano degli italiani… Vi voglio bene». Tornerà, prima o poi, in questo Paese così soave e strano. Lo promette agli amici. Adesso però ha fretta di partire. In aeroporto è superprotetta dal caos guardone. Aspetta in una sala vip, beve un succo di frutta, saluta chi le tende la mano. Alle 12,05, decollo puntuale, si chiude alle spalle l’allucinante soggiorno italiano e vola verso Seattle, dove gli amici hanno accolto il grande verdetto tifando in un cinema. Stranezze dei voli intercontinentali: previsto lo scalo a Londra. Proprio lì, nei luoghi di Meredith, dove Meredith non è più tornata…
Così il nuovo giorno senza sbarre di Amanda e Raffaele. Ci sono colori e sapori, non ci sono rancori e livori. Questa la vera sorpresa. Avrebbero molto da ridire, sarebbe il momento di spiattellare qualche sano epiteto a chi s’è preso quattro anni della loro vita. Ma non si sente niente di tutto questo. Lasciano ad altri le parole dello scandalo. Per loro, solo casa e famiglia. È un buon inizio. Sarebbe molto gradevole se tenessero duro, evitando in seguito di mettere su l’azienda, con tutto il solito bestiario dei talk-show d’inchiesta e delle interviste esclusive. Lo sanno già tutti, in giro per il mondo, quanto sono vittime: se riusciranno a evitarci il vittimismo, quel genere di vittimismo a gettone che ben conosciamo, per noi tutti sarà anche più facile chiedere scusa, come dobbiamo.