"Dopo il caso Milan Pechino frena"

Il governo cinese non incoraggia più investimenti nelle società sportive

La filosofia con cui i cinesi arrivano in Italia è profondamente cambiata. Per capire meglio abbiamo parlato con Marco Bettin, segretario generale della Camera di commercio Italia-Cina e direttore operativo della Fondazione Italia Cina.

Bettin, la presenza cinese in Italia è ormai più che consolidata.

«Sì e faccio notare che da una decina di anni a questa parte non arrivano più le singole persone. Arrivano i grandi colossi, i grandi imprenditori. Contiamo 300 società cinesi».

Tradotto in numeri cosa significa?

«Vuol dire 18 miliardi di fatturato negli ultimi dieci anni e 38mila dipendenti tra italiani e cinesi in Italia. Gli investimenti dei cinesi sono recenti ma la loro crescita è molto veloce. Noi pensiamo alla loro presenza come se gestissero il take away sotto casa e basta. In realtà si stanno muovendo capitali molto grossi. La quasi totalità degli investimenti cinesi da noi è fatta di acquisizioni totali o di quote di società».

Ad esempio come per Pirelli o Candy?

«Non solo a quei livelli. I cinesi sono molto interessati anche alle imprese medio-piccole. Del resto la maggior parte di loro si sa muovere molto bene in questa dimensione perché arriva da una regione in cui l'equivalente delle nostre Pmi è molto diffuso».

Il low cost cinese sparirà?

«Sopravviverà finché lo compreremo. Ma la tendenza è passarlo nelle mani della Romania e del Vietnam. Dall'Est Europa stanno già arrivando nei nostri mercati le scarpe a 5 euro».

Siamo ormai alla seconda o alla terza generazione di cinesi in Italia. Cosa è cambiato?

«I giovani cinesi di oggi sono fior fior di imprenditori. Hanno studiato nelle migliori università del mondo, hanno fatto esperienza negli Stati Uniti».

Ma intende solo i figli delle famiglie più ricche?

«No, intendo i figli delle donne e degli uomini che per anni hanno lavorato a testa bassa nei seminterrati delle nostre città. Quelle 20 ore di lavoro al giorno sono servite per pagare gli studi ai figli. È stato un sacrificio mirato. Per i cinesi l'istruzione dei figli è uno dei cardini principali, a prescindere dallo stato economico. Che siano famiglie ricche, o gestori di una lavanderia non c'è differenza. Lo scopo di tutte le famiglie è mandare i ragazzi all'università».

A che tipo di investimento sono interessati in cinesi in Italia?

«Guardano molto alle imprese del manifatturiero e dell'informatica, puntano sulle start up. Se fino a poco tempo fa non riuscivano a comprarsi casa in Cina, ora sono interessati a speculazioni edilizie qui da noi ma il loro governo non le incoraggia molto».

Cos'altro non incoraggia il governo cinese?

«Non incoraggia gli investimenti nelle società sportive, soprattutto dopo il caso del Milan».