Caso Mirafiori, Marchionne avverte i sindacati: "Senza accordo i fondi  investiti pure in America"

Contatti per tornare al tavolo: la parola d’ordine è trovare il modo di rimettersi al più presto attorno
al tavolo con la Fiat per cercare di sciogliere, senza danni, il nodo
Mirafiori. La Uilm: "L’intesa si farà" Anticipato a giovedì il vertice fra il manager e la Marcegaglia

Telefonate, e-mail, riunioni: ponte dell’Immacolata di lavoro per i sindacati. La parola d’ordine è trovare il modo di rimettersi al più presto attorno al tavolo con la Fiat per cercare di sciogliere, senza danni, il nodo Mirafiori. La delegazione di Sergio Marchionne, nell’ultima riunione, ha lasciato l’Unione industriale di Torino perché «non c’erano le condizioni per un’intesa». La svolta nelle nuove relazioni industriali, avviata con l’applicazione graduale del progetto «Fabbrica Italia» e l’accordo siglato a Pomigliano, è giunta alla fase decisiva: il Lingotto punta a un contratto ad hoc per il settore automobilistico, obiettivo da raggiungere a costo di «strappare» da Confindustria. Un’ipotesi che in viale dell’Astronomia, e di riflesso in Federmeccanica, guardano con apprensione perché potrebbe essere imitata da altre aziende. Emma Marcegaglia e Marchionne ne parleranno giovedì e venerdì a New York, approfittando di una conferenza sull’industria italiana. Il caso ha voluto che il vertice Confindustria-Fiat, per lo svolgimento del quale le rispettive diplomazie cercano in queste ore di preparare il terreno migliore, avvenga proprio negli Usa, Paese che in tutta la vicenda ha il suo peso. Marchionne, infatti, non perde mai l’occasione (come ha fatto anche ieri) di sottolineare il diverso approccio del sindacato Usa rispetto alle lungaggini e alle difficoltà, tra le tante organizzazioni italiane, a trovare una strategia comune per il bene dei lavoratori e il futuro dell’azienda. Dal Michigan, dove si trova, l’ad della Fiat ha detto ieri di non sapere «se l’intesa su Mirafiori ci sarà per Natale» e che «restare o uscire da Confindustria è un dettaglio; dobbiamo garantire la governabilità dell’impianto». Sempre Marchionne ha ribadito l’esistenza di «piani B (“ma non è una minaccia”)», compresa l’opzione di produrre negli States. Secondo Rocco Palombella (Uilm), «è possibile fare emergere le specificità, come in questo caso per l’auto, all’interno di un contratto nazionale; è un fatto normale alla luce delle trasformazioni che il settore sta vivendo». «Tornati al tavolo - aggiunge - penso che le condizioni per chiudere si troveranno. Da parte nostra siamo impegnati a riallacciare con Torino».
La Fiom, da parte sua, continua ad andare per la sua strada («la discussione - ha ricordato il leader Maurizio Landini - deve basarsi sull’unico contratto di riferimento, che è quello del 2008». Ieri la sigla metalmeccanica che fa capo alla Cgil ha organizzato uno sciopero a Mirafiori e un’assemblea esterna allo stabilimento. Contrastanti i dati sulla riuscita della protesta: per la Fiom l’adesione è stata intorno al 70%; per la Fiat i partecipanti sono stati il 17% (379 addetti su 2.208). Intanto, ad attendere Marchionne, oltre al vertice con Marcegaglia, è da lunedì anche il road show sullo scorporo a Wall Street e a Boston. Mentre a Torino aspettano un segnale.