Caso Mladic, stop Ue all’adesione della Serbia

Roberto Fabbri

Dopo l’avvertimento, i fatti: l’Unione europea ha sospeso i negoziati con Belgrado per l’accordo di associazione con la Serbia-Montenegro. Martedì il Commissario Ue all’allargamento Olli Rehn aveva dato ventiquattr’ore al capo del governo Vojislav Kostunica per mantenere la promessa di arrestare il criminale di guerra e latitante Ratko Mladic e consegnarlo al Tribunale internazionale dell’Aia, cosa che si era da tempo impegnato a fare entro il 30 aprile. Ieri la sospensione dei negoziati, collegata alla promessa di riprenderli non appena Belgrado dovesse consegnare l’ex generale, considerato responsabile delle stragi di civili (diecimila morti stimati) compiute durante l’assedio di Sarajevo del 1992-93 e dell’eccidio di circa ottomila inermi abitanti musulmani della città bosniaca di Srebrenica, nel luglio 1995.
Alla decisione di Bruxelles ha contribuito il parere espresso da Carla Del Ponte, il magistrato svizzero procuratore capo della corte dell’Aia, che da tempo lamenta la scarsa collaborazione delle autorità serbe sul caso Mladic e che ieri ha avuto un colloquio decisivo con Rehn, nel corso del quale ha ancora una volta definito «deludente» la collaborazione offerta da Belgrado.
La decisione, peraltro attesa, dell’Unione europea, sta provocando un terremoto politico in Serbia. Il premier Kostunica, l’uomo che cinque anni fa era succeduto a Slobodan Milosevic sull’onda di una sollevazione popolare promettendo una svolta democratica, ha tentato di difendere il proprio operato, sostenendo di aver fatto tutto ciò che poteva per la cattura di Mladic, ribadendo che a suo avviso il ricercato è ormai isolato e che la sua resa è ormai questione di poche settimane e concludendo con un appello allo stesso Mladic affinché si consegni volontariamente. Kostunica rimprovera Bruxelles di aver fatto una scelta sbagliata sospendendo i negoziati con Belgrado e accusa l’Ue di aver provocato con la sua decisione «un enorme danno».
Ma queste parole non sono piaciute - oltre che alla Del Ponte che ha parlato di «discorso doppio» e le ha bollate come «inaccettabili» - al suo vice Miroljub Labus, che ha rassegnato polemicamente le dimissioni. «L’Unione europea - ha scritto il vicepremier serbo a Kostunica - ha sospeso i dialoghi di stabilizzazione perché il tuo governo, contrariamente alle promesse, non ha assicurato le condizioni politiche per la continuazione dei colloqui. Come viceprimo ministro e capo della squadra dei negoziatori per l’adesione all’Ue non voglio più prendere parte a questo tipo di politica».
L’Europa e la Serbia, avverte in sostanza Labus, esponente liberale filoccidentale, si allontanano. Il vicepremier non accetta le giustificazioni di Kostunica (che afferma che la rete di appoggio al latitante Mladic è stata smantellata, costringendolo a una fuga ormai solitaria e senza speranze) e punta il dito contro i servizi segreti del suo Paese: «Hanno cercato Mladic dappertutto tranne che nel posto dove si trova - ha detto ai giornalisti dopo le dimissioni -. Se noi avessimo avuto servizi degni di questo nome e capaci di fare un lavoro come va fatto, nessuna persona avrebbe potuto tenere in scacco l’intero Paese. Credo che voi mi capiate bene».
Le dimissioni di Labus schiudono prospettive politiche assai incerte per la Serbia, già in fibrillazione per il referendum del 21 maggio sull’indipendenza del Montenegro che secondo i sondaggi potrebbe dare luce verde all’ennesima frantumazione entro i confini della ex Jugoslavia e nuova linfa all’inesauribile e inquietante filone ultranazionalista serbo. I trentuno deputati del partito liberale «G17» del vicepremier dovrebbero continuare ad assicurare un appoggio esterno all’esecutivo guidato da Kostunica, ma non è chiaro se i suoi tre ministri seguiranno il leader nelle dimissioni dal governo. Due piccoli partiti d’opposizione, tra i quali il liberaldemocratico, hanno chiesto al premier di prendere atto del fallimento della sua politica di avvicinamento all’Europa e di dimettersi. Ma un ritorno alle urne fa paura: nonostante gli equilibrismi di Kostunica, potrebbero uscirne trionfatori gli ultranazionalisti di Vojislav Seselj e i socialisti freschi orfani di Milosevic. E con loro al potere, orologio indietro nei Balcani e tanti saluti ai sogni europei.