Il caso Nell’ennesimo film su Moro (firmato Grimaldi) gli studenti applaudono la prof che elogia le Br

Che disastro i film italiani in concorso al Noir. Solo due per fortuna, ma bastano e avanzano. Il primo, in ordine di apparizione, è intitolato Se sarà luce sarà bellissimo del pluripregiudicato (cinematografico) Aurelio Grimaldi, il poliedrico autore di Il macellaio con la mugolante Alba Parietti nuda e di una trilogia su Pasolini che avranno visto in tre. Questa è la miliardesima rifrittura del caso Moro, tutta incentrata sui 50 drammatici giorni della prigionia. Non sarebbe neanche male il film, se non fosse per la sua delirante ideologia. Che, manco a dirlo, tira soltanto da una parte: indovinate quale. Dunque, la scena si apre su una lezione al liceo romano Lucrezio Caro. La prof inneggia alle Brigate rosse, inevitabili portatrici di giustizia, in un mondo dove, era il 1978, va ricordato, spadroneggiano le dittature: Pinochet in Cile, i colonnelli in Argentina e, pensa un po’, la Democrazia cristiana in Italia. E gli studenti? Applaudono di gusto, ignari della riforma Gelmini. Ma un uccellino canta e l’insegnante finisce in guardina. Nelle grinfie di un poliziotto che ha il volto da mastino di Gaetano Amato, sbucato da innumerevoli serie Tv. La poveretta si becca un terzo grado da Inquisizione, con corollario di pesanti ammiccamenti sessuali. Lavarsi e bere? Non se ne parla. La polizia italiana è una fetenzia, la sentenza grimaldiana. Anche se poi il commissario rivela all’allibita detenuta di non aver votato né Dc, né Psdi, né tanto meno, Msi. Forse è comunista pensa la sala, su imbeccata dell’autore, pronto così ad autoassolversi.
Intanto Moro (molto bravo pur se poco somigliante il carneade Roshan Set) battibecca con i suoi carcerieri sorbendosi i loro deliri, trasmessi per conoscenza alla platea, lasciando tutti stupiti con una frase che andrebbe scolpita all’ingresso dei palazzi romani: «La politica è fatta dai mediocri».
Digressione ideologica a parte, il film non è proprio da buttare nel cestino. Destinazione perfetta invece per Sono viva, semi giallo scritto e diretto dai fratelli milanesi Dino e Filippo Gentili. In sintesi un riccone (il prezzemolino Giorgio Colangeli) incarica due amici disoccupati, l’indebitato Rocco (Massimo De Santis) e il farfallone Gianni di sorvegliare per una notte il cadavere della figlia, nella villa deserta, compenso mille euro a cranio. Fino all’alba entrano in scena svariati, sempre più stravaganti personaggi tanto da far pensare a una rivisitazione di un celebre grottesco Tutto in una notte. Mentre i due improvvisati guardiani se ne vanno continuamente in giro disubbidendo al datore del precario lavoro. Inutile cercare di capirci qualcosa, per esempio di cosa è morta la spettrale defunta. Ancora più arduo comprendere a che serva la barista Giovanna Mezzogiorno. Meglio chiamare la Croce Verde, avvertendo che è preferibile una vettura a due letti.