Caso Noemi, la gaffe del Times Copia l'intervista. E la sbaglia

Il giornale storpia una frase della madre. "Scoop" ripreso in Italia. Poi Londra si scusa: "La signora non ha mai parlato con il nostro reporter

Nel ricevere il pezzo del loro corrispondente dalla Gran Bretagna, sabato i colleghi della «Repubblica» devono aver avuto un orgasmo. «Nello spazio di una settimana, gli inviati del “Times” di Londra riescono a intervistare non una ma ben due volte Noemi Letizia e la sua famiglia», si leggeva nell’incipit, che ieri, a pagina 13, giustificava appieno il titolo d’apertura della massima ampiezza possibile: «“Faccia per Noemi ciò che non ha fatto per me”». Soggetto sottinteso: Berlusconi. Mannaggia, poter averne noi di scoop così, si saranno demoralizzati.

«Nella prima puntata», ricostruiva goloso il corrispondente dalla capitale britannica, «Noemi aveva detto a una cronista del quotidiano londinese che Silvio Berlusconi non è suo padre: “Assolutamente no”, aveva risposto lei a una domanda in merito. Nella seconda puntata, apparsa ieri, al centro dell’articolo di Richard Owen, corrispondente da Roma dell’autorevole giornale, ci sono i genitori della ragazza, il padre Elio e la madre Anna. Ed è una dichiarazione di quest’ultima, citata da Owen, che è subito rimbalzata su tutte le agenzie di stampa italiane: “Spero che Berlusconi possa fare per mia figlia quello che non ha potuto fare per me”. Ovvero, lascia capire il giornalista, che le faccia fare la carriera che non ha fatto lei, dopo un’apparizione, a 19 anni, quando era già sposata con Elio, in uno show di una stazione televisiva locale».

Capito? Gli autorevoli giornali d’Oltremanica e nostrani «lasciano capire». In altre parole, alludono. Il problema è: ma i loro autorevoli corrispondenti che cosa saranno in grado di capire? La risposta è in questo irresistibile lancio dell’Ansa, trasmesso alle 17.26 di ieri: «Non “Spero che Berlusconi possa fare per mia figlia ciò che non ha potuto fare per me”; ma “Spero che il Signore (con la “S” maiuscola) possa fare per mia figlia ciò che non ha potuto fare per me”. È la “rettifica” che il "Times" ha pubblicato oggi nell’edizione online e che sarà pubblicata anche in quella cartacea di domani, in relazione all’articolo di Richard Owen sul “caso Noemi Letizia” ripreso oggi dalla stampa italiana. Il giornale britannico afferma che quando Anna Palumbo, la madre di Noemi Letizia, ha usato la frase “il signore” ha fatto riferimento non a Silvio Berlusconi ma a Dio (“Il Signore”, con “S” maiuscola, appunto) e sottolinea di accettare senza riserve questa interpretazione».

Niente paura: hanno soltanto scambiato il presidente del Consiglio per il Padreterno. Càpita. Il personaggio del resto si presta: prima di diventare premier non aveva forse fatto uscire dal coma un giovane in stato vegetativo? Adesso manca solo una resurrezione.
Immaginiamo i commenti maliziosi degli avversari di Berlusconi: seh, figurati se l’autorevole "Times" di Londra, autorevole per antonomasia, s’è bevuto la smentita di comodo della madre di Noemi. L’ha dovuta subire. Ma qui viene nuovamente in soccorso l’agenzia Ansa: «Owen, inviato in Italia del "Times", aggiunge poi di non avere parlato direttamente con la mamma di Noemi, ma solo con il padre, e di avere riportato altre dichiarazioni della signora Letizia ai giornali italiani. Anche se la stampa italiana di oggi parla di un’intervista del "Times" con la signora Anna Palumbo (“La madre parla al Times”) - dice il giornalista inglese - affermo che la signora non ha fatto nessuna dichiarazione a me a Napoli. Ho parlato con il padre di Noemi, Benedetto Letizia, ma non con la madre. Infatti nel mio articolo non ho mai scritto o indicato che ho intervistato Anna Palumbo. Ho citato solo dichiarazioni che la signora Palumbo ha rilasciato nel passato alla stampa napoletana».

Ricapitolando: lui scopiazza dai giornali italiani, facendo parlare la madre senza averla mai vista, e i giornali italiani copiano da lui. Un cronista con i fiocchi, niente da dire. Meriterebbe di lavorare per l’autorevolissima Bbc, quella con le colonne doriche che sorreggono all’ingresso il timpano su cui è scolpito il motto del fondatore lord Reith: «Voi entrate in un tempio delle arti e delle scienze, dedicato alla gloria di Dio e alla diffusione della conoscenza».

Magari prima gli si fa fare un ripassino dall’arcivescovo di Canterbury, giusto perché capisca la differenza fra Dio e Berlusconi.
Ma sarebbe ingiusto prendersela solo con Owen. Qui l’affare è molto più grosso, perché quella frase - «La madre parla al Times» - era, quando si dice il caso, nel sottotitolo della Repubblica, che come le merlettaie di Burano ha ricamato di suo, impreziosendo a tavolino l’ordito dell’autorevole (ci mancherebbe altro) collega britannico provvisoriamente domiciliato sul suolo italico.

Poi non c’è da stupirsi che il capo del governo si guardi bene dal rispondere alle domande più o meno capziose che "Repubblica" gli va ponendo da qualche giorno. Se il buon giorno si vede dal mattino...
«Il reporter del Times afferma di avere fatto qualche indagine su come e quando l’attuale presidente del Consiglio conobbe la madre di Noemi», strombazzava ieri mattina il quotidiano diretto da Ezio Mauro per irrobustire la trama di quello che in capo a dieci ore s’è rivelato uno straccio d’inchiesta giornalistica.

Ora, non per infierire, ma ho avuto modo di sperimentare personalmente come lavorano l’autorevole "Times" di Londra e il suo corrispondente dall’Italia. Domenica 8 giugno 2003 pubblicai sul "Giornale" un’intervista con Salvatore Paolini, un anziano cameriere che aveva servito Adolf Hitler all’Obersalzberg, a Berlino e a Norimberga. Un racconto che andai a raccogliere a Villa Santa Maria, in provincia di Chieti, alle pendici del monte Penna. L’indomani, lunedì 9 giugno, uscì un’intera pagina sul "Times" di Londra. Titolo: «I served the Fuhrer... with cakes and cream» (ho servito il Fuhrer... con torte e crema). Il testo metteva in bocca a Paolini le risposte della mia intervista. Volete sapere chi era l’autore? Ma Richard Owen, naturalmente. Che il giorno prima, senza muoversi da Roma, mi chiese l’autorizzazione ad «appropriarsi» del mio servizio. Pensavo che almeno citasse il "Giornale" e l’autore. Macché. Le torte servite a Hitler erano diventate come per magia farina del suo sacco. Poi, sopra un’immagine scattata da me, con la lente d’ingrandimento scovai una righina di credit in corpo 6: «Photographs: da Lorenzetto/Il Giornale».
È la stampa dei copioni, bellezza, e tu non puoi farci niente. E copiano pure male.
Stefano Lorenzetto
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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