Caso Orlandi: si riapre la pista della Magliana

Stefano Vladovich

Il misterioso telefonista del caso Orlandi? «Lo riconosco, è... Il braccio destro di Renatino, il killer di fiducia di De Pedis. È proprietario di un ristorante, adesso c’ha i miliardi. Ma se chiedi di lui alla questura centrale ti sanno dire poco». Una rivelazione choc quella del superpentito Antonio Mancini, «l’accattone» della banda della Magliana, un tempo uomo di Fabiola Moretti, altra collaboratrice di giustizia nella maxi inchiesta sui «bravi ragazzi» della malavita romana. A 23 anni dalla scomparsa della quindicenne cittadina vaticana, Mancini l’ha fatta a sorpresa lunedì sera davanti alle telecamere della trasmissione Rai Chi l’ha visto? e ai fratelli di Emanuela, Pietro e Natalina Orlandi. Nessuna incertezza nel rivelare che la voce del fantomatico Mario, al telefono con lo zio della ragazza, altro non è che uno «scagnozzo» di «Renatino», il capo dei testaccini sepolto nella basilica di Sant’Apollinare accanto a vescovi e alti prelati. Ma a chi si riferisce Mancini? Soprattutto: sono attendibili le dichiarazioni del grande accusatore dell’ex pm Vitalone nell’inchiesta sull’omicidio del giornalista Carmine «Mino» Pecorelli naufragata in un nulla di fatto? Le nuove dichiarazioni, però, hanno scatenato un putiferio tanto che la Procura di Roma intende convocarlo. Secondo Mancini, insomma, il Mario che al telefono con i parenti di Emanuela cerca di depistare le indagini sarebbe uno della banda, titolare di un ristorante (e in sottofondo si sente il rumore di piatti e posate). Un personaggio comunque marginale, sospettato di avere partecipato a diversi agguati. Come l’omicidio di Edoardo Toscano, detto l’«operaietto» perché sempre pronto ad azioni criminose. Un episodio importante nella storia della banda, quando De Pedis decide di rompere con la batteria Ostia-Acilia. Toscano, appena uscito di prigione, si lamenta con Renatino della mancata assistenza ai familiari dei compagni «al gabbio». Ma per il «presidente» è troppo. Il 16 marzo, in viale della Marina a Ostia la vendetta. Solita tecnica ben collaudata dalla gang: moto di grossa cilindrata, due killer coperti dai caschi, pistole semiautomatiche.
Le indagini portano a una rosa di sospetti, primo fra tutti Renatino, poi il suo tirapiedi, tale «Ciletto» di Testaccio, infine un certo Rufetto. Altri ancora pensano ai vecchi amici di Danilo Abbruciati, ucciso 8 anni prima a Milano mentre attenta alla vita di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano. L’inchiesta si blocca in una stradina di Campo de’ Fiori, in via del Pellegrino quando, l’anno dopo, viene ammazzato De Pedis. La guerra di potere è al culmine. Tre anni dopo la maxioperazione della squadra mobile che porta sul banco degli imputati 70 personaggi fra boss del calibro di Maurizio Abbatino e Marcello Colafigli, usurai, rapinatori, spacciatori, allibratori nonché oscure figure che nell’Italia dei misteri avrebbero avuto diversi ruoli. Come i soci del fu Nicolino Selis, in stretto legame con la Nuova camorra di Raffaele Cutolo. Secondo Mancini, in particolare, la banda della Magliana avrebbe avuto una parte anche nel sequestro di Emanuela Orlandi. «I lupi grigi? Macché, su questa telefonata c’è l’odore della Magliana» ripete ai microfoni di Chi l’ha visto? togliendosi la cuffia. L’accattone diventa «pentito» dopo l’arresto, l’estradizione e le prime confessioni proprio di Abbatino, «Crispino», nel ’92. Prima di lui erano diventati collaboratori di giustizia la donna Fabiola (già fidanzata di Danilo Abbruciati e Claudio Sicilia, il vesuviano), Sicilia, Fulvio Lucioli detto «il sorcio». In un primo momento le sue dichiarazioni non vengono tenute in gran conto dai giudici. Poi apriranno nuovi scenari su fatti insoluti, come il delitto Pecorelli.
Sul caso Orlandi, nei mesi scorsi, il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Simona Maisto avevano già raccolto una testimonianza di Mancini, ma questa era stata giudicata ininfluente e di scarsa rilevanza per le indagini. «Chiediamo che sia riaperto il caso. Riteniamo che sia un dovere accertare la verità nel rispetto di nostra sorella Emanuela e di nostro padre Ercole. Lo Stato Vaticano chieda la riapertura del caso» insistono i fratelli di Emanuela Orlandi.