Il caso Ovrebo Abete e la politica dei due forni. E Collina?

di Tony Damascelli
Mettiamo che Andrea o Diego Della Valle, dopo una partita di campionato italiano, discussa, contestata per alcune decisioni arbitrali con conseguente sconfitta, pronuncino le seguenti parole: «Contro la Fiorentina è stata commessa una nefandezza evidente. Questi arbitraggi finiscono per danneggiare proprio la Federcalcio. È evidente che l’arbitro non era in forma da tanti punti di vista e non era il caso di affidargli una partita così importante». Che accadrebbe? Come reagirebbe Giancarlo Abete presidente della Federcalcio? Che cosa direbbe Pierlugi Collina designatore designato? Come replicherebbero le squadre avversarie?
In verità le suddette parole sono state pronunciate proprio da Giancarlo Abete in margine all’arbitraggio orrendo del norvegese Ovrebo e dei suoi assistenti. Frasi precise, dure, presentate come formula di protesta all’Uefa nella persona del presidente Michel Platini che, guardate a volte i casi della vita, era proprio presente in tribuna a Monaco di Baviera la sera di Bayern-Fiorentina.
Dunque esistono due forni anche nel calcio, esistono due modi di pensare, di parlare, di reagire alle stesse nefandezze evidenti. In casa nostra è severamente proibito o comunque non ammesso, dire che un arbitro non è in forma da diversi punti di vista e che prima di assegnargli partite importanti bisognerebbe pensarci prima. In tal caso partirebbe il deferimento, delle parole si occuperebbe il giudice, la commissione disciplinare, amnesty international, il processo di Biscardi e tutti i dibattiti tv e parlamentari.
Abete si è comportato come qualunque presidente di club, ha giustamente protestato («nefandezza... quaterna arbiutrale amatoriale»), rivolgendo le critiche al governo al quale lui stesso partecipa. E nessuno trascuri il fatto che nella commissione arbitrale uno dei membri autorevole è Collina. Il quale o non conta nulla, e sarebbe offensivo nei suoi confronti, o dovrebbe partecipare alla soluzione finale, all’eliminazione dei cosiddetti arbitri fuori forma, recidivi con diffida, insomma da eliminare. In caso contrario potrebbe benissimo rassegnare le dimissioni da un incarico nel quale il suo patrimonio di esperienza e di personalità è ritenuto marginale mentre il presidente Angel Maria Vilar farebbe il buono e il cattivo tempo.
Ma, tornando alla provocazione d’avvio, Abete non rischia il deferimento, non verrà attaccato dal presidente della federcalcio tedesca, a tutela degli interessi del Bayern, o da quella norvegese a difesa dell’indifendibile Ovrebo.
Giocare su due tavoli è difficile, la posizione politica del presidente Abete è delicata, da una parte deve far sentire la voce del movimento calcistico italiano nelle cosiddette sedi opportune, l’Uefa e la Fifa, dall’altra deve tenere a bada i cani sciolti ma anche quelli con guinzaglio del calcio nostrano e, devo ammettere, tra canile e zoo non c’è molta differenza. Di certo sarebbe più opportuno non rendere pubblici certi interventi, a meno che non si voglia soddisfare la fame di giustizia dei tifosi che sono gli stessi che poi attaccano la federazione al primo errore di campionato. La situazione degli arbitri resta uguale a quella di sempre, i mediocri continuano ad arbitrare anche nel nostro football, anzi vengono premiati con la designazione per «partite importanti» e grandi manifestazioni internazionali. Ovrebo sarà punito, il suo assistente, ancora più responsabile e comunque recidivo, subirà la stessa condanna ma il danno è stato fatto e prossimamente avremo altri Ovrebo, altri Moreno, altri Aston, come prima, più di prima.