Il caso Pamuk: «Non mi preoccupa se la Turchia vuol processarmi ancora»

«Non penso che si tratti di una cosa davvero importante, mi pare se ne stia esagerando la portata: non c’è ancora nulla di ufficiale: da quel che ho capito, potrei avere un nuovo processo, ma non è una cosa certa e comunque non mi preoccupa». Così il Premio Nobel turco Orhan Pamuk, che si trova alla Fiera del Libro di Torino, ha commentato la notizia di ieri secondo cui la Yargitay (la Corte di cassazione della Turchia) ha stabilito che dovrà essere riprocessato per una sua dichiarazione risalente al 2005.
Intervistato da una rivista Svizzera mise il dito in una delle vicende nazionali più oscure: «Noi turchi abbiamo ucciso 30.000 curdi ed un milione di armeni e nessuno, tranne me, in Turchia osa parlarne». La Procura generale di Istanbul trascinò Pamuk alla sbarra sulla base del controverso articolo 301 del Codice penale che punisce chi offende la «turchità». A quella denuncia se ne aggiunsero altre sei, tra cui quelle avanzate dall’Associazione di sostegno e solidarietà alle madri dei martiri (i militari uccisi negli attacchi del Pkk) e dall’avvocato nazionalista Kemal Kerinsiz. Lo scrittore venne però assolto in primo grado nel giugno 2006. Il tribunale infatti dichiarò che le affermazioni di Pamuk non erano lesive della dignità di tutto il popolo turco. La Cassazione però è di parere opposto. E per Pamuk, costretto già a girare sotto scorta per le minacce subite, si potrebbe riaprire con gravi conseguenze economiche.
Lo scrittore sempre dalla Fiera ha chiosato amaramente: «Mi aspettavo un incontro letterario, ma poi ci sono altri aspetti che si intromettono. La verità è che la vera punizione che ho avuto dal mio governo è quella di ritrovarmi costretto nelle pagine di cronaca politica. Sfortunatamente nel mio paese la giustizia si sta caricando di problemi politici e non fa bene a un’istituzione che è alle fondamenta della democrazia di un paese. Non può esserci giustizia senza libertà, per questo credo di dover parlare liberamente». In Turchia, però, di discorsi liberi e di responsabilità storiche non sembra che la corte costituzionale e gli ultranazionalisti sentano grandi esigenze.