Il caso Quel non-candidato alle Generali che fa tanta paura

Che a un mese e mezzo dal termine per la presentazione delle liste si parli a spron battuto del prossimo vertice delle Generali ci sta tutto. Ma a seguire la linea del dibattito sui maggiori quotidiani viene in mente «Alice nel Paese delle Meraviglie» e il personaggio del Bianconiglio, che festeggia il suo «non-compleanno». Così lo può fare tutti i giorni. Allo stesso modo, per il vertice Generali si parla solo di una «non-candidatura»: quella di Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca.
Nessun attacco diretto, né elenchi di nomi e cognomi di candidati ideali. Solo una crescente pressione sul perché il non-candidato non andrebbe bene. Al punto che si fa ormai fatica a ricordare come è nata la storia, cioè perché si è cominciato a parlare di Geronzi. È come se non importasse. Quello che invece conta è il perché una non-candidatura (l’interessato ha sempre smentito di aspirare a quel posto, mentre gli azionisti non hanno ancora indicato il successore di Antoine Bernheim) non vada bene. Tutto in negativo. E senza tante distinzioni di «opportunità», al punto che ieri il tema era in prima pagina sul Corriere della Sera, quotidiano che ha proprio in Mediobanca il primo azionista. Nello stesso tempo, è storia di qualche giorno fa, a prendere posizione è stato il Cae, un comitato aziendale europeo dei dipendenti delle Generali che, in maniera del tutto irrituale, si è appellato alla «indispensabile stabilità della governance del gruppo». Completa il quadro la «subordinata» del caso. Che poi tanto subordinata non è. E cioè che succede a Mediobanca se il non-candidato Geronzi va alle Generali. E qui si è assistito al siluramento anticipato di un altro non-candidato, Marco Tronchetti Provera: troppo vicino a Geronzi. Di nuovo tutto in negativo.
Allora l’impressione è che di fronte al profondo riassetto che aspetta i poteri forti della finanza italiana nei prossimi mesi, dalle Generali a Intesa Sanpaolo, con partite aperte anche sul fronte Corriere (in aprile va rinnovata la presidenza della Rcs Quotidiani, oggi occupata da Piergaetano Marchetti) e Telecom (gli azionisti sono sempre gli stessi e c’è la fusione con Telefonica sullo sfondo), a muoversi con pressioni e trabocchetti siano soprattutto i «poteri deboli». Svelando, forse, un po’ di apprensione per quello che potrà succedere con il nuovo assetto. E cercando allora di alzare la posta per venire a patti, per accreditarsi.
Di che parliamo? A ben guardare di un film in parte già visto, in parte viziato da un capitalismo nazionale che non è certo stato impostato sulla cultura della public company. Vale a dire che non è la prima volta, nell’ambito soprattutto bancario, (si pensi al cambio di governance in Mediobanca) che il management prova a diventare arbitro delle sorti della propria azienda in contrapposizione ai voleri degli azionisti. Nel tentativo, magari nobile, ma anche velleitario, di mettere le basi per la public company de noantri. La crisi finanziaria ha però indebolito assai questo tipo di tentativo di invertire il corso naturale degli eventi. Una classe di manager, tutti ben pagati, che in questi ultimi due anni - giocoforza - ha visto drasticamente ridotta la forza negoziale che emanava della «creazione del valore», non poteva presentarsi più debole all’appuntamento del rinnovo dei vertici della grande finanza. Il pensare che determinate pressioni mediatiche, unite a qualche asse di potere trasversale tra i gruppi coinvolti nel riassetto, possa costringere i poteri veri a scendere a patti è probabilmente proprio come pensare di essere nel «Paese delle Meraviglie», come Alice e il Bianconiglio. Piuttosto si faccia un dibattito sui meriti e sui programmi. Ma di questo non c’è nessuna traccia.
L’idea è dunque che presto il quadro prenda forma con i contatti, quelli veri, tra grandi azionisti del gioco. A cominciare dallo stesso Geronzi e il presidente di Intesa, Giovanni Bazoli. Che avrebbero già in agenda una colazione per prossima settimana.