Caso Rai, un nuovo pizzino smaschera Veltroni

RomaIsso: il leader Walter Veltroni (detto «W»). Issa: Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato. L’altra, quella che semina zizzania: Marina Sereni, vicecapogruppo alla Camera. ’O malamente: Nicola Latorre, senatore e dalemiano doc.
Se anziché di Partito democratico si trattasse di sceneggiata napoletana, personaggi e interpreti ci sarebbero tutti. Comprese le comparse che si fan portavoce del buon senso popolare, come il vice presidente dei senatori Luigi Zanda, e compreso, nell’ombra, il profilo minaccioso di Massimo D’Alema. Oggetto delle brame e della lotta, la Commissione di Vigilanza sulla Rai, croce e delizia - ma ultimamente solo croce - di Veltroni.
La trama della sceneggiata sta tutta in un pizzino. Ma non si tratta di quello ben noto, visto e rivisto, passato in diretta tv da Latorre a Italo Bocchino: questa è la puntata precedente, non ancora raccontata. Che testimonia però di come la Rai, e relativa commissione di Vigilanza, siano sempre state in cima all’agenda di Veltroni. «Gli sta a cuore quanto a Berlusconi sta a cuore Mediaset», notano nel Pd.
Dal cassetto di un testimone diretto, parlamentare del Pd, emerge proprio oggi un pizzino, raccolto sui banchi di Palazzo Madama e gelosamente conservato, che risale a sette mesi fa. Ai giorni in cui, tra fine maggio e inizio giugno, si stava costituendo la fatidica Commissione, e il Pd stava scegliendo i membri da designare. Compito affidato ai due capigruppo Soro e Finocchiaro e ai loro bracci destri, che selezionavano le autocandidature e trattavano con le correnti. Quella dalemiana, che mai prima si era troppo impicciata di bassa cucina Rai, stavolta premeva: voleva suoi uomini di rilievo. Perché con Veltroni segretario era chiaro che la partita di Viale Mazzini sarebbe stata centrale per il Pd, e che proprio su quel terreno il leader stava tentando il dialogo con il Cavaliere, fin dal primo incontro di Palazzo Chigi subito dopo le elezioni. E D’Alema aveva intenzione di marcarlo stretto, e di avere occhi e orecchie attente in Commissione. A Finocchiaro e Soro vennero presentati i nomi di Latorre e Gianni Cuperlo.
In quei giorni, durante una seduta del Senato, Anna Finocchiaro passa un foglietto al suo vice Zanda. E perché si scrivano anziché parlare si può intuire, visto che l’oggetto del bigliettino siede a poca distanza. Scrive la presidente del gruppo Pd: «Mi ha chiamato W. (ossia Walter, ndr), lamentando (perché subito informato dalla Sereni...) l’inserimento di Latorre in Vigilanza». Replica Zanda: «Ma come si fa a non inserirlo se lo chiede?». Lui lo chiedeva, D’Alema lo appoggiava, la Finocchiaro lo aveva messo in lista. La Sereni, par dire la capogruppo, fece la spia al segretario. Che si allarmò e telefonò. Ma l’obiezione di Zanda (come si fa a dirgli di no?) lasciava intendere un sottinteso: se Walter non lo vuole, lo spieghi lui a D’Alema.
Com’è noto, finì che Latorre in Vigilanza ci entrò. Ma cinque mesi e molto sangue dopo, elezione di Riccardo Villari compresa, fu invitato dal segretario a dimettersi per far posto a Sergio Zavoli, tuttora aspirante presidente - con timbro veltroniano - della Commissione, se mai Villari venisse rimosso. Complice il pizzino col quale ricordava al «nemico» Bocchino di citare il precedente della Consulta, per far capire che il Pd avrebbe dovuto rinunciare ad incaponirsi su Leoluca Orlando come il Pdl fece su Gaetano Pecorella. E complice un intenso battage (mosso dal Pd) che indicava nei dalemiani, Latorre in testa, i «complici» del blitz anti-Orlando, con lo scopo di delegittimare il leader.
La partita Rai-Vigilanza è ancora oggi tutt’altro che chiusa. La linea del Pd è: via Villari, la giunta per il regolamento (che si riunisce martedì) lo rimuova da presidente perché non rappresenta più il nostro gruppo. Ma dentro il partito crescono dubbi, obiezioni e malcontento, soprattutto nelle sempre più irrequiete file ex Margherita: da Linda Lanzillotta a Gianni Vernetti, da Pierluigi Mantini ai radicali Beltrandi e Pannella, da Marco Follini al prodiano Mario Barbi, in molti criticano la strada della «forzatura regolamentare». E da quel malcontento, in attesa che sulla linea veltroniana si rompa il fronte ex Ds, trapela oggi il nuovo pizzino.