Caso raro, ha vinto la pellicola più meritevole

L’Oscar per il miglior film è davvero andato - caso raro - al miglior film (di lingua inglese), Crash. Che è anche - caso più raro - il primo film di Paul Haggis, un quadro di Los Angeles fra contrasti razziali, etnici e sociali insolito non per questo, ma perché evita il manicheismo. Non solo: è uno dei pochi film americani dove ogni battuta non implica la seguente e ogni situazione non fa trasparire la seguente. Forse perciò pochi l’hanno visto, tratto insolito per un «migliore film».
Troppi invece han visto I segreti di Brokeback mountain di Ang Lee, il quale riceve l’Oscar in quota cinesi e in quota registi. Quest’ultima motivazione è l’equo riconoscimento per una carriera prima sottovalutata, almeno in Italia, dove il suo film migliore, Cavalcare col diavolo, uscì dimezzato, quando il peggiore, Hulk, ebbe un lancio stratosferico. Eppure è proprio I segreti lo sconfitto di questa premiazione, forse per aver trionfato in altre (Golden Globe, Leone d’oro, varie coppe del nonno). Gli rimane un secondo premio, ineluttabile, se non per l’esito estetico, per l’intento sociopolitico: mezzo secolo dopo Pasolini, ha evocato la sodomia proletaria.
La sodomia borghese è ribadita dall’Oscar come protagonista al personaggio evocato da un caratterista che, per la prima volta, è protagonista, Philip Seymour Hoffman, che impersona il famoso romanziere nel monotono Capote (pronuncia: Capòti). E poi il film è più di Hoffman, ideatore e produttore, che dell’ignoto regista Bennett Miller.
Come ideatore e produttore di Syriana - scritto e diretto dal premio Oscar per Traffic, Stephen Gaghan - è George Clooney, divo che però prende l’Oscar - cammino inverso rispetto a quello di Hoffman - da comprimario, emulo dunque della Charlize Theron premiata due anni fa per Monster. E il personaggio di Clooney, un reale sicario della Cia, è negativo come lo era la reale assassina seriale della Theron. E ancora: il personaggio di Clooney si redime, per resipiscenza politica, mentre quello della Theron era preventivamente giustificato dal lesbismo e dalla conseguente emarginazione... A proposito: anche quest’anno la Theron - che non è gaya come non è gay Hoffman - era candidata per North country. Invano. Quest’anno l’Oscar è toccato non a una finta brutta, ma a due non bellissime: Reese Witherspoon, coprotagonista di Quando l’amore brucia l’anima di James Mangold (biografia di Johnny Cash), è insieme un premio al personaggio, la cantante June Carter-Cash, donna normale che ha dato voce all’America rurale, e all’interprete, perché la Witherspoon tanto è giovane, tanto è brava. Di Rachel Weisz, invece, solo la madre direbbe lo stesso; però il ruolo secondario giusto, di fanatica filantropa in The Constant Gardener di Fernando Meirelles, le è valso la statuetta.
Il colpo della trama a effetto, equivalente del personaggio a effetto, è invece fallito per La bestia nel cuore di Cristina Comencini, sagra di inversioni, perversioni, ossessioni in salsa radical-chic a parziale sfondo americano: quanto a disgrazie e delitti, il sudafricano Il suo nome è Tsotsi di Gavin Hood l’ha sbaragliato.
Fra queste scelte coerenti, l’incoerenza di Robert Altman, andato a ritirare l’Oscar «alla carriera» dopo cinque candidature a vuoto. Talora ci vorrebbe orgoglio, quello che ebbe Sartre rifiutando il Nobel.