Caso Rostagno, quando D’Avanzo graziò la mafia

RomaCi sono Processi e processi. Quello di Mauro Rostagno ha l’iniziale minuscola. Non ci sono riflettori accesi, grandi inviati a seguirlo, prime pagine dei giornali. Neppure trafiletti, a dir la verità, perché sembra che quello iniziato il 2 febbraio di fronte alla Corte di Assise di Trapani proprio non interessi a nessuno.
È vero che l’omicidio è di ben 22 anni fa, perché l’ex leader di «Lotta Continua», sociologo e giornalista, è caduto quarantasettenne sotto i colpi della lupara in un agguato nel piccolo borgo di Lenzi, nel trapanese, nella notte del 26 settembre 1988.
È vero anche che è un processo di mafia, rimasto per molto tempo impunito perché è stato difficile arrivare a riconoscere questo semplice fatto. Piste e contropiste si sono intrecciate, sovrapposte, cancellate l’una con l’altra. Per errori, interessi, strani giochi di convenienze, chissà...
E per anni a prevalere sono state inchieste che escludevano la matrice mafiosa del delitto. Puntavano, piuttosto, su ipotesi rivelatesi senza fondamento legate all’omicidio nel ’72 del commissario Luigi Calabresi, a traffici di droga e armi, all’idea soprattutto di un delitto maturato tra compagni, addirittura in famiglia. Si è indagato su filoni interni alla Comunità Saman, fondata da Rostagno nel 1981, insieme a Francesco Cardella e alla sua compagna Chicca Roveri: una comune arancione, centro di meditazione poi diventato comunità terapeutica anche per i tossicodipendenti.
Dieci anni di false strade, prima di tornare a quella giusta. Più di altri dieci, con raccolta di 10mila firme per riaprire le indagini, prima di un’accusa concreta a esponenti di Cosa Nostra.
Ora che a Palazzo di giustizia sono dietro le sbarre come imputati il boss Vincenzo Virga, come mandante dell’assassinio, e Vito Mazzara, come esecutore materiale del delitto, è scomodo ricordare i tempi in cui il dito dell’accusa era puntato sull’amico Cardella e la moglie Roveri, con tanto di mandati di cattura per una decina di ospiti della comunità e un mese e mezzo di ingiusta prigione. Si disse che volevano impedire clamorose rivelazioni di Rostagno su Calabresi, al processo contro Adriano Sofri.
Finì in secondo piano il fatto che lui denunciasse continuamente le collusioni tra mafia e politica locale e che probabilmente aveva pagato con la vita il suo impegno e la sua passione sociale.
Dopo le prime indagini proprio questa pista fu accantonata e chi insisteva sul delitto mafioso veniva accusato di depistaggio.
Accadde a Bettino Craxi, vicino a Rostagno e sostenitore della comunità Samam e a Claudio Martelli, che gli era amico e partecipò al suo funerale.
Macché mafia. Calabresi, Sofri, droga, armi, servizi segreti, misteri di Stato... Tutto materiale ben più interessante per fabbricare scoop. O anche pubblicare instant book, come ha fatto nel 1997 Giuseppe D’Avanzo, con un titolo-sentenza: Rostagno, un delitto tra amici. Titolo che lo stesso autore, di fronte alle accuse successive di aver sguazzato nel fango, ha definito «infelicissimo», sorvolando sul fatto che tutto il libro abbracciava e avvalorava la fragile e farraginosa tesi del pm Gianfranco Garofalo. Tesi rivelatasi questa sì dai piedi di fango e smontata da altri due pm dell’Antimafia di Palermo, Antonio Ingroia e Gaetano Paci.
È successo così che l’opinione pubblica sia stata fuorviata e il delitto sia rimasto impunito per decenni. Solo a maggio 2009 al boss Virga, già ergastolano per altri delitti, è arrivata un’ordinanza cautelare in carcere, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio. Anche Mazzara, il killer al soldo della mafia aveva già una condanna a vita per reati diversi.
E ora il processo contro di loro è alle sue battute iniziali. La verità che si profila ormai è chiara: Mauro Rostagno dava fastidio alle attività illecite delle cosche, svelava le collusioni con politica e massoneria e per questo è stato eliminato. Ma forse è una verità che, proprio per la sua chiarezza, ormai non fa più tanto notizia.