Caso Ruby, i dieci buchi neri del processo

Il B-Day è arrivato. I pm sono convinti di aver montato un impianto accusatorio granitico. Ma, dalla testimonianza
di Ruby che lo scagiona a quelle dei funzionari della
questura che fanno cadere la concussione, le accuse non stanno
in piedi

Milano - E alla fine, il B-Day è arrivato. Inizia domani a Milano il processo a Silvio Berlusconi per l’affaire Ruby. Non sarà un’udienza pirotecnica, ma servirà solo a fissare il calendario del dibattimento. Il Cavaliere non ci sarà, né ci saranno gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo. Ma il dado è tratto. Mesi di indagini, migliaia di carte depositate dalla Procura, il Bunga Bunga che entra nel vocabolario politico-giudiziario del terzo millennio, e i riflettori della stampa mondiale puntati sull’aula del tribunale milanese. I pm sono convinti di aver montato un impianto accusatorio granitico. Ma al netto del clamore mediatico, ci sono alcuni punti che potrebbero far pendere l’ago della bilancia a favore del premier. O addirittura, di far saltare l’intero banco. Ecco quali.

A La prostituzione minorile. È uno dei paradossi dell’inchiesta, e dunque, del processo. Berlusconi è accusato di aver avuto rapporti sessuali con Karima El Mahroug, alias «Ruby Rubacuori» (all’epoca 17enne) in tredici occasioni. Ma la giovane marocchina ha sempre smentito in tutte le occasioni in cui è stata sentita dai pm. Eppure Ruby è stata inserita nella lista testi dell’accusa, oltre che in quella della difesa. Di più, dai pm è considerata il testimone «chiave». Dovesse ribadire in aula quanto già messo a verbale, uno dei «jolly» in mano alla Procura rischierebbe di rivelarsi un bluff. Se invece Ruby dovesse costituirsi parte civile (la decisione verrà formalizzata domani), la prospettiva per le difese potrebbe farsi più complicata.

B La concussione. Il premier è accusato di aver fatto pressioni sui funzionari della questura perché rilasciassero Ruby la notte del 27 maggio scorso. Ma la versione dell’accusa non coincide con quella delle presunte vittime del reato. Sia il capo di gabinetto Pietro Ostuni, sia i funzionari Giorgia Iafrate e Ivo Morelli hanno riferito di non essere stati «costretti» a liberare la ragazza. In più, agli atti c’è il verbale del caposcorta di Berlusconi (a bordo dell’aereo presidenziale al momento della telefonata incriminata) che descrive la conversazione come una richiesta di informazioni dai toni «assolutamente normali».

C Il tribunale per i minori. Il pm Annamaria Fiorillo ha negato di aver mai autorizzato l’affidamento di Ruby al consigliere regionale Nicole Minetti, arrivando a uno scontro con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, accusato di aver «calpestato la verità». Ma, come già scritto dal Giornale, le carte dell’inchiesta dimostrano altro. Ossia, che decine di volte i minorenni fermati vengono rilasciati senza affidamento a comunità o parenti. Insomma, il caso di Karima è tutt’altro che un’eccezione.

D La «pistola fumante». La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio del premier sulla base dell’evidenza della prova. Ma - fatta salva l’enorme mole delle risultanze investigative, che dovrà essere valutata dai giudici - la prova non appare poi così evidente. Sia per quanto riguarda la concussione (come visto, i funzionari negano di aver subito pressioni), sia per il reato di prostituzione minorile (la presunta vittima nega). Quanto alle fantomatiche fotografie del Bunga Bunga, si trattava solo di pochi scatti - e privi di ogni interesse - di villa San Martino.

E Il conflitto di attribuzioni. È la spada di Damocle che pende sul processo. Secondo i legali del premier, il presunto reato di concussione sarebbe stato commesso da Berlusconi nella sua veste di presidente del Consiglio. Dunque, la competenza passerebbe al Tribunale dei ministri. Se la Camera voterà per sollevare la questione davanti alla Corte Costituzionale, ci vorranno mesi prima la Consulta decida nel merito. E se la decisione sarà favorevole al Cavaliere, il processo - oltre a cambiare «sede» - ritornerà alla richiesta di autorizzazione a procedere.

F L’iscrizione tardiva del premier. È un altro punto opaco dell’inchiesta, che potrebbe arrivare a condizionare anche il dibattimento. Il nome di Berlusconi, infatti, è comparso nel registro degli indagati sei mesi dopo rispetto a quelli di Emilio Fede, Lele Mora, Nicole Minetti, senza che apparentemente affiorassero elementi nuovi rispetto a quanto già raccolto dai pm. Una possibile violazione del codice di procedura penale, in base al quale la notizia di reato e l’autore vanno iscritti «immediatamente» nel registro, proprio a tutela dell’indagato. E su questo, i legali del Cavaliere potrebbero sollevare un’eccezione di nullità. Se accolta, il processo ne verrebbe travolto.

G La competenza territoriale. È un’altra incognita per il dibattimento. I pm, infatti, hanno potuto chiedere il rinvio a giudizio del presidente del Consiglio perché il reato più grave (la concussione) ha portato a Milano quello meno grave (la prostituzione minorile, consumata ad Arcore), che altrimenti sarebbe stato di competenza della Procura di Monza. Ma se la Consulta deciderà che la competenza per la concussione è del Tribunale dei ministri, allora i magistrati milanesi dovranno passare la mano ai colleghi brianzoli.

H Le «Olgettine». Sono le ragazze che vivevano nel residence di Milano 2, quelle presenti alle cene e ai dopocena di Arcore, e che sono finite nella lunga lista testi (132) della Procura. Sono 49, le intercettazioni delle loro telefonate riempiono migliaia di pagine, ma quattro di loro - sentite a verbale da Ghedini e Longo e inserite nella lista testi della difesa - negano che il Cavaliere abbia avuto rapporti sessuali con minorenni ad Arcore.

I I testimoni non sentiti. L’enorme attività istruttoria dei pm ha escluso una serie di testimonianze che - alle difese - hanno raccontato un’altra versione del Bunga Bunga. Non uno fra autisti, giardinieri, uomini della scorta, domestici, cuochi, addetti alle pulizie, baristi, deejay e cantanti presenti a Villa San Martino ricorda scene di sesso per compiacere il Cavaliere. E i giudici dovranno tenere conto anche di questi racconti.

J I vip. È forse l’aspetto più farsesco della vicenda. Perché tra i tanti testimoni che saranno chiamati in aula ci sono anche George Clooney ed Elisabetta Canalis, Aida Yespica, Belen Rodriguez e Barbara D’Urso, quattro ministri e due sottosegretari. Ma la sostanza è già emersa dagli atti: attori e showgirl negano di aver preso parte al Bunga Bunga. I politici, invece, hanno chiarito a loro modo l’equivoco sulla parentela tra Ruby e l’ex presidente egiziano Mubarak.