Caso Ruby, parla Mora: "Io, Fede e la Minetti? Come i capponi di Renzo"

L'agente delle dive, sotto accusa per il Rubygate, attacca a testa bassa: "Non sono un magnaccia. Abbandonato da quelli che ho arricchito e trattato come un lebbroso"

«Non sono un magnaccia, non ho mai portato ragazze ad Arcore o a Villa Certosa per farle prostituire. Ma prima ancora di venire processato, sono stato condannato da tutti». É un Lele Mora pallido e sciupato, quello che esce allo scoperto, a pochi giorni dalla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura di Milano contro di lui, Emilio Fede e Nicole Minetti per le feste nella residenza di Silvio Berlusconi. Situazione vagamente surreale: Mora è invitato alla conferenza stampa per presentare la stagione di spettacoli in un paesino della riviera romagnola, San Mauro Mare, che ha contribuito ad organizzare insieme a Platinette. Ma i giornalisti non sono lì per sentire del revival della musica degli anni Ottanta che animerà l'estate di San Mauro. Vogliono sapere come Mora intende affrontare un percorso processuale che si annuncia arduo. Mora non si tira indietro. E, visto che c'è, si toglie «i sassolini che ho nelle scarpe che mi stanno diventando strette» contro le sue «creature» che lo stanno abbandonando. «Ci sono ragazzi che per me facevano gli autisti e che adesso si sono trasformati in agenti, e rubano un po' alla volta quello che ho costruito».

Se la prende anche con i sui coimputati, Emilio Fede e Nicole Minetti. «Fede dice delle cose che non hanno senso». «Ci stiamo comportando come i capponi che venivano portati al matrimonio dei Promessi sposi». La citazione è toppata, perchè come è noto i capponi nel romanzo di Manzoni venivano portati da Renzo in regalo all'avvocato Azzeccagarbugli: ma il concetto è chiaro. «Fede e la Minetti stanno scaricando su di me la colpa di avere portato Ruby a Arcore. Ma cosa importa se l'ha portata Fede, se l'ho portata io, o se, come è davvero accaduto, l'ha portata un'altra persona? La cosa importante è che ad Arcore non è successo assolutamente nulla, perchè erano delle feste normalissime a cui il premier, che è una persona splendida e che è mio amico da tantissimi anni, mi faceva l'onore di invitarmi. Come amico, e non come pappone».
Delle intercettazioni telefoniche e delle testimonianze secondo cui a volte ad Arcore succedeva anche dell'altro, dice che parlerà nel processo che lo attende. «Mi dispiace che il mio processo sia separato da quello al premier perché così avrei avuto la possibilità di rivederlo». «Io credo che verrò prosciolto come sono stato prosciolto nel processo Vallettopoli, ma chi mi restituirà quello che è stato distrutto? Io cerco di guardare avanti, ma la sera nel mio letto piango». Dice di non serbare rancore, ma spara a zero - senza fare nomi - contro «quelle che adesso fanno le sante ma dovranno vergognarsi perché sono delle troie». Attacca Simona Ventura, che lo ha abbandonato, «e adesso la Rai le toglie Quelli che il calcio e l'Isola dei famosi». Se la prende con Gerry Scotti che in una intervista «ha detto che da quindici anni organizzo festini, poi mi ha telefonato per dirmi che la giornalista aveva travisato».
«Vengo trattato come un lebbroso, e il lavoro che ho inventato e che ho fatto per trent'anni viene distrutto». Eppure, dice, «ho fiducia nella giustizia». Se gli chiedono se condivide le accuse di Berlusconi ai giudici risponde che «io mi chiamo Lele Mora e non Silvio Berlusconi». «Non ho perso la speranza. Perchè più che mezzanotte non può essere. E, come dice Rossella O'Hara, "domani è un altro giorno, si vedrà"». Anche stavolta la citazione è sbagliata, perchè a dire così è la Vanoni. Ma, anche stavolta, il concetto è chiaro.