Il caso Scandali e ritardi, la Protezione civile che piaceva alla sinistra

Mentre su Guido Bertolaso si stanno abbattendo le montagne di fango che egli per anni aveva spalato, riemerge dagli scavi la Protezione civile modello centrosinistra, così come la vollero i vari governi Dini, Prodi, D’Alema, Amato. Una struttura targata Franco Barberi, vulcanologo dell’università di Roma reinventato come uomo-emergenza in quanto consulente scientifico in materia di rischi naturali della regione Emilia Romagna. Il curriculum scientifico di questo toscanaccio nato a Forte dei Marmi, con un passato nel Pci (poi abbandonato), era corposo. Ma vantare una buona carriera accademica e possedere la tessera giusta non significa automaticamente essere capace di coordinare gli interventi nelle situazioni eccezionali.
La Protezione civile ai tempi del centrosinistra era una struttura dai contorni incerti. Prima dipartimento della presidenza del Consiglio, poi agenzia dipendente dal ministero dell’Interno. Barberi fu sottosegretario (dal 1995 al 2000) e successivamente direttore dell’agenzia (fino al 2001) soppressa da Silvio Berlusconi. Il quale fu aspramente criticato dal centrosinistra per aver ridato forza a una struttura declassata e aver sostituito il povero Barberi, passato da un disastro all’altro sempre in sella e sempre perfettamente in ordine, affezionato a cravatta e brillantina quanto Bertolaso lo è alle casacche blu col tricolore della protezione civile.
Anno 1998, terremoto sull’Appennino tra Marche e Umbria. Il numero di morti fu limitato ma enormi i danni alle case e al patrimonio artistico e architettonico: la basilica francescana di Assisi crollata, decine di località storiche distrutte, migliaia di persone senza tetto. Sulla ricostruzione il centrosinistra ha costruito un mito perché a Palazzo Chigi c’era Prodi, al Viminale Napolitano, nelle regioni due presidenti rossi. Dopo 13 anni, il centro storico di Nocera Umbra è ancora chiuso, transennato e ingombro di macerie. I terremotati hanno dovuto fare i mutui per ricostruirsi le case, gli sfollati sono ancora migliaia, costretti a vivere nei container come nella piccola località di Giove in Valtopina o nei prefabbricati che ormai formano veri quartieri periferici di molti paesi, spesso più vitali delle zone più vecchie e caratteristiche ma ancora in abbandono. Perfino Assisi è ancora punteggiata di gru e cantieri. E molti lavori sono da rifare: le fogne perdono, i cavi non si collegano, i contenziosi tra consorzi, comuni, imprese e privati cittadini dilagano.
In quello stesso anno scoppiò lo scandalo dei Canadair, gli aerei antincendio della protezione civile. Apparecchi acquistati e lasciati in parcheggio a Ciampino mentre il Sud bruciava. Barberi aveva trasferito, a trattativa privata, la gestione dei velivoli dalla Sisam alla Sorem, tra le proteste dei piloti. Su questa vicenda furono aperte due inchieste, una dei carabinieri del Nucleo ecologico e l’altra della Guardia di finanza. Era intervenuta anche la Corte dei conti perché, per supplire alle carenze della nuova società appaltatrice del servizio, lo Stato aveva dovuto spendere 21 miliardi di vecchie lire non previsti. Denaro di cui fu chiesto conto proprio a Barberi e altri dirigenti della protezione civile di allora. Senza contare le polemiche che accompagnarono quattro elicotteri del Dipartimento, gestiti dal Cai, spesso impiegati per «viaggi istituzionali» a Forte dei Marmi, Vulcano, Stromboli, Pantelleria: un utilizzo che aveva provocato le dimissioni di Bertolaso, indignato, da capo del Dipartimento in contrasto con Barberi, che era il sottosegretario.
Ma il vulcanologo prestato alle emergenze è ricordato soprattutto per la sciagurata gestione della missione Arcobaleno, il grande programma di aiuti alle popolazioni di Albania e Kosovo voluto dal premier Massimo D’Alema, che pure vi aveva inviato truppe e piombo. Era il 1999: alla gente bombardata finiva una minima parte degli aiuti umanitari raccolti in tutta Italia. Il resto marciva chiuso in 700 container fermi nel porto di Bari. Il campo profughi di Valona veniva saccheggiato senza che gli uomini di Barberi intervenissero. La gara di solidarietà era finita in un’orgia di sprechi e ruberie, che D’Alema insisteva a definire come «scandalo inventato» mentre Barberi difendeva la limpidezza dell’operato suo e dei suoi.
Sulla missione Arcobaleno quattro magistrature (penale, civile, contabile e militare) aprirono 15 inchieste. Barberi fu indagato con altre 25 persone, furono arrestati il capo missione e i responsabili dei campi profughi. Si scoprirono registri contraffatti, irregolarità nella gestione dei soldi, connivenze con la malavita balcanica. La procura di Bari ricostruì giri di tangenti nella fornitura di vestiario per i vigili del fuoco e ipotizzò addirittura finanziamenti illeciti a partiti compresi i Ds, di cui furono indagati due parlamentari. La protezione civile di Barberi assomigliava sempre più a un gigantesco comitato d’affari.
Che successe allora? Che il centrosinistra pugliese, feudo elettorale di D’Alema, decise di offrire una candidatura al coraggioso pm che indagava proprio l’uomo di D’Alema. Quel magistrato era Michele Emiliano, ora sindaco acclamatissimo di Bari. Il fascicolo (che ipotizzava reati come associazione per delinquere, peculato, truffa, falso, attentato contro organi costituzionali, concussione, corruzione) passò al collega Marco Dinapoli che dovette ripercorrere la vicenda dall’inizio. Il 30 ottobre 2008 (nove anni dopo i fatti, evviva il processo breve) 17 persone sono state rinviate a giudizio, tra cui Barberi e i suoi uomini di fiducia. Il processo è in corso. Per quattro indagati è già intervenuta la prescrizione. Che, di questo passo, arriverà anche per il vulcanologo di fiducia di D’Alema.