Caso Sofri, strappo fra Bossi e Castelli «Per il ministro è un fatto personale»

Il leader assicura: «Non ci sono problemi». Ma fa togliere dalla prima pagina della «Padania» l’intervista al guardasigilli

Adalberto Signore

da Roma

«Sulla vicenda Sofri io ho la mia opinione. Con Castelli ne abbiamo parlato ma lui la pensa in modo diverso. E questo nella Lega non è motivo di rottura». Da Varese, dove ha partecipato alla presentazione di un libro della Provincia che comprende anche una sua poesia in dialetto («l’ho scritta a 14 anni, ma credo che abbia una sua intensità»), Umberto Bossi torna sulla querelle con il ministro della Giustizia sulla grazia ad Adriano Sofri. Ma parla anche di federalismo («ha vinto, lo Stato federale che verrà dovrà garantire il lavoro locale e la tradizione») e, soprattutto, della cena di mercoledì con Berlusconi dove - spiega il Senatùr - abbiamo sottoscritto «un patto per le elezioni che preferiamo tenere segreto». «Abbiamo deciso di fare le elezioni insieme - si limita a dire - perché tutti sanno che dall’accordo con Berlusconi esce fuori il cambiamento del Paese».
Pur smussando i termini della vicenda, Bossi ci tiene poi a ribadire la differenza di vedute tra lui e il guardasigilli sul caso Sofri. Perché è vero che il leader della Lega ripete più d’una volta che «con Castelli non ci sono problemi», ma in verità, pur avendo dato il suo nulla osta, pare non avere gradito affatto la decisione di opporsi alla grazia. Più di una volta, infatti, il Senatùr ha fatto presente al ministro lo stato di salute di Sofri. «Mi dispiace molto per le sue condizioni, è una cosa davvero triste», aveva detto una decina di giorni fa, di certo con il pensiero rivolto al marzo dello scorso anno, quando anche lui era costretto a un letto di ospedale in coma farmacologico. «È ovvio - spiega un importante dirigente della Lega - che quando arrivi a un passo dalla morte inizi a guardare le cose in modo del tutto diverso. Niente di strano, dunque, che su questa vicenda il Capo si sia ammorbidito». Ma il cambio di rotta, spiega chi ha sentito il Senatùr, non è dovuto solo a ragioni sentimentali. «Ora che Sofri è in queste condizioni - spiega Bossi ai suoi - dobbiamo stare attenti a non farlo passare per un martire». Insomma, anche la ragion politica vorrebbe che Castelli ammorbidisse la sua posizione. «D’altra parte - chiosa un sottosegretario del Carroccio - se è questo che vuole la gente non vedo perché dobbiamo metterci a fare il muro contro muro».
Così, quando martedì sera il direttore della Padania Gianluigi Paragone gli fa avere per fax la copia della prima pagina che sarà in edicola il giorno successivo dedicata a un’intervista a Castelli («Ecco perché non chiedo la grazia a Sofri»), Bossi va su tutte le furie. A via Bellerio la «prima» viene cambiata in corsa e l’intervista al guardasigilli resta solo nelle pagine interne. A Roma, però, il giornale chiude prima e ormai non è possibile intervenire sulle copie destinate al Centro Sud che sono già in stampa e finiscono al macero. Una decisione drastica ma, probabilmente, l’unica possibile. Perché chi ha sentito Bossi giovedì lo descrive come «inferocito». Il Senatùr - che non ha lesinato parole pesanti su Castelli - è infatti convinto che il ministro abbia ormai ingaggiato «una battaglia personale con Sofri». La vede in modo diverso Paragone, secondo il quale «non c’è alcun caso Castelli». «Niente di strano, Bossi ha esercitato un suo diritto essendo il direttore politico della Padania. Peraltro, è la prima volta che succede e, sull’intervista, non ha chiesto interventi di alcun genere. La verità è che nessuno si aspettava che Bossi tornasse a fare il Bossi e sono tutti sorpresi. Altro che padre nobile come scrive qualcuno... è il solo e unico leader della Lega, quello che dà la linea al giornale e al movimento».