IL CASO La strana storia di Mr: Mills

Tanto per cominciare, l'ottavo rinvio a giudizio per Berlusconi su tredici tentativi non andrà a finire da nessuna parte, tanto per concludere: la prescrizione dei presunti reati addebitati a Silvio Berlusconi e David Mills, accusati di corruzione in atti giudiziari, è pressoché garantita a febbraio 2008: andrebbe avvertito Giuseppe D'Avanzo che su Repubblica di ieri parlava di prescrizione tra «poco più di due anni». Aveva scritto 12 dicembre 1998, data di una presunta falsa testimonianza di Mills, anziché 12 gennaio 1998. Càpita.
Il tentativo di scongiurare un processo scongiurabile è comunque venuto meno l'altro giorno, quando il gup Fabio Paparella ha proceduto al rinvio a giudizio non aspettando oltre. Non aspettando, cioè, l'esito di una richiesta di ricusazione formulata nei confronti di lui medesimo (già bocciata dalla Corte d'Appello) e motivata dall'esser stato lui lo stesso giudice che aveva già spedito a giudizio Berlusconi nel filone principale del procedimento, quello sulla compravendita di diritti televisivi. Ennesima ricusazione per perdere tempo, come pure ha scritto D'Avanzo? Non pare, visto che i legali di Berlusconi avevano chiesto il congelamento della prescrizione per i giorni necessari a che la Cassazione si esprimesse: col risultato che se il ricorso dovrà essere accolto, ora, il processo andrà comunque a pezzi.
I miliardi di Mills
Ma veniamo a lui, l'avvocato David Donald Mackenzie Mills, il creatore della galassia di società che gestiva il comparto estero di Fininvest, dunque l'amministratore, per esempio, della processatissima società All Iberian. Nel 1995, quando ne viene decisa la chiusura, si pone un bel dilemma di diritto societario: di chi è All Iberian, e di chi sono dunque i dividendi da dieci miliardi di lire che ha generato, del gestore Mills o di Fininvest?
Mills non ha dubbi: i dieci miliardi sono suoi, e infatti se li prende: non devono dunque comparire nel bilancio consolidato di Mediaset, sostiene. Non solo se li prende, ma ci paga pure un sacco di tasse e alla fine gli rimangono in tasca due milioni di sterline, tra una cosa e l'altra. Ritenendoli appunto soldi suoi, comunica ai soci del suo studio che in ogni caso, per mera generosità, corrisponderà loro 50 o 100mila dollari a testa: ma i soci non ci stanno. Vogliono che i soldi vengano messi a bilancio e insomma litigano sinché, per evitare controversie, Mills decide di depositare la somma in banca e di aspettare sino al 2000: infatti, secondo la legge inglese, se dopo un determinato periodo nessuno reclama dei soldi, diventano comunque tuoi. E andrà così, alla fine: i soci si divideranno i soldi anche se a Mills rimarrà l'amaro in bocca. La prossima volta, si dice, ai soci non dirà più nulla.
Nel frattempo, che i soldi fossero suoi, David Mills aveva continuato a sostenerlo anche in qualità di teste d'accusa contro Silvio Berlusconi nel processo All Iberian. Accusa, sì. La difesa di Fininvest, peraltro, in quel periodo sostiene che Mills non dovrebbe neppure essere teste d'accusa ma semplicemente indagato in reato connesso (art. 210) proprio perché coinvolto nella società, ma non viene ascoltata. Peraltro Mills da un certo punto cambia addirittura linea e dà completamente ragione all'accusa: All Iberian apparteneva anche a Berlusconi, dice. Ma si tiene lo stesso i soldi. Le testimonianze di Mills non verranno mai contestate dall'accusa: semmai dalla difesa, e da alcuni avvelenati manager Fininvest. Il pubblico ministero Francesco Greco, anche nelle dichiarazioni rese a verbale da Mills, si dirà assai soddisfatto: Silvio Berlusconi, in primo grado, verrà condannato anche per quanto detto da David Mills.
Morale: costui, David Donald Mackenzie Mills, dopo essersi comportato nei confronti di Berlusconi come appunto visto, e dopo i soldi presi e la testimonianza contro di lui, sarebbe stato ricompensato da Berlusconi medesimo con 600mila dollari. Sì. Che poi è l'accusa, ossia il motivo per cui è stato rinviato a giudizio l'altro giorno. Avrebbe ordinato a un suo collaboratore di versare quei soldi a Mills affinché fosse reticente in due processi: Guardia di Finanza 1997 e All Iberian 1998. Reticente. Il collaboratore che avrebbe passato i soldi, Carlo Bernasconi, non può smentire né confermare perché frattanto è morto. E Mills? È da qui, carte alla mano, che comincia l'incredibile racconto che Mills ha sì permesso di ricostruire, ma non prima di aver combinato incredibili e pericolosi pasticci.
Affari con l’armatore
Memore dell'ingratitudine dei suoi soci, infatti, Mills successivamente combina un altro grosso affare ma decide di comportarsi diversamente. Un po' come aveva fatto per Fininvest, conduce una serie di operazioni per l'armatore Diego Attanasio, peraltro inquisito a Napoli per corruzione e interessato a far sparire un po' di soldi con un complicato gioco di compravendite di due navi. Sono infine due, i milioni di dollari che Attanasio e solo lui, com'è documentalmente dimostrato, dà in custodia a Mills. Comincia la partita di giro. Mills, dopo aver dedotto qualche soldo per sé in accordo con Attanasio, gira il denaro in una serie di sottoconti (intestati sia a lui che all'armatore) dopodiché parte dei soldi, circa due milioni di dollari, li indirizza sul conto della società finanziaria Struie (si legge com'è scritto) che è alle Bahamas e che a sua volta investirà questa cifra, per conto di Mills, in fondi chiamati Torrey. L'investimento in fondi nel giro di qualche di tempo frutta circa 600mila dollari a Mills (in realtà un po' di più) e attenzione, perché questa è proprio la cifra che secondo la Procura di Milano è stata pagata da Berlusconi a Mills. Tutte le carte e le certificazioni ottenute da consulenti e notai e società di riguardo, vedremo poi, confermeranno tuttavia che i soldi erano solo di Diego Attanasio nonostante le funamboliche e successive mosse di Mills.
Mills che per intanto quei soldi, quei proventi di investimenti, li usa: estingue dei mutui anche a nome della moglie, il ministro della Cultura Tessa Jowell, che per questa grana rischierà le dimissioni forzate e dovrà inscenare una separazione col marito.
Questo anche perché un bel giorno, nel gennaio 2004, a Mills gli arriva il fisco. Non volendo più dividere una sterlina coi suoi soci, e avendo utilizzato i soldi fruttati dall'investimento per spese correnti, sostiene che siano esentasse: ed è l'ipotesi che infatti sottopone al fisco. Come finirà? Mills chiede la consulenza di uno dei suoi commercialisti, Bob Drennan, e gli lascia una lettera che riassume il problema sostanziale ma ne inventa completamente gli attori. Scrive, infatti, che la cifra corrisponde al regalo di un certo Carlo Bernasconi a seguito delle testimonianze rese da Mills ai processi cosiddetti «Guardia di Finanza» e «All Iberian»: pur dicendo assolutamente la verità, scrive, avrebbe potuto dirla così da inguaiare seriamente Silvio Berlusconi. Omette di scrivere che l'aveva inguaiato comunque.
L'ultima cosa che sarebbe venuta in mente a uno come Mills, per com'è fatto, è che Brennan potesse leggere la lettera al suo socio David Barker così da valutare ciò che neppure a loro due, a quanto pare, era chiaro: se ci fosse un collegamento illegale tra il denaro e le testimonianze rese, dettaglio che Mills negava e sempre negherà. I due, in ogni caso, passano la lettera al Serious Fraud Office (l'antiriciclaggio inglese) che a sua volta chiede spiegazioni a Mills, che però ingarbuglia ancor di più la situazione: modifica in parte la versione e dice che i soldi li ha presi sì da questo Bernasconi, ma solo come ringraziamento per una dritta speculativa su alcuni fondi. Il nome di Berlusconi in ogni caso non lo farà mai. Ma la lettera, per rogatoria, arriva alla Procura di Milano. E sono guai. Il 18 luglio 2004 Mills viene interrogato e dopo dieci ore, di notte, crolla ufficialmente e tira in ballo Berlusconi. Non spiega come gli siano arrivati i soldi da Bernasconi: non potrebbe in ogni caso.
«Sono un idiota»
Al Daily Telegraph, Mills racconterà che i magistrati lo inquisirono con cattiveria sino a fargli dire, estenuato: «Scrivete qualcosa e io lo firmerò». «Sono un idiota, non un malfattore», ha detto. E non si sa come sia andata, ma è certo, tuttavia, che nel computer di Mills, sequestrato successivamente dalla Procura, verrà trovata una lettera in cui Mills racconta di aver cercato in tutti i modi di fare il nome di Attanasio ai magistrati, ma nel verbale infine non ce n'era stata traccia.
Va anche detto che Mills, probabilmente, menzionando i suoi rapporti con Attanasio, temeva un'imputazione per concorso in riciclaggio: ciò sostiene la difesa di Berlusconi. Forse è per quello che al Fisco inglese, pochi giorni dopo l'interrogatorio, Mills tornerà a riproporre la versione dei soldi presi da Bernasconi come ringraziamento per una dritta speculativa. Non fa più il nome di Berlusconi, ma fa comunque un grande casino. Ma è la definizione della sua vertenza col fisco inglese che restituirà a Mills, finalmente, il coraggio di dire quella che ritiene essere la verità e pensa dovrebbe cavarlo dal garbuglio che ha creato. Il fisco è stato chiaro: i proventi dei fondi Torrey, insomma i famosi 600mila dollari, comunque sia non risultano come donazione e quindi non sono esentasse: fine. Mills infine ha pagato. Secondo il fisco inglese, e va detto, nessuna cifra riguarda soldi riconducibili a Fininvest, o meglio ancora: gli investigatori inglesi non hanno ritenuto che la provenienza di quei soldi potesse essere illecita. Per dirla malissimo: il fisco inglese ha creduto a Mills, i magistrati italiani no.
Venuta meno la necessità d'inventarsi strani regali, dunque, il 7 novembre successivo Mills cerca di parlare coi magistrati: ma non l'ascoltano. Decide allora di preparare una memoria dove racconta la sua verità, ossia che i soldi li ha avuti da Diego Attanasio. I magistrati non gli credono a tutt'ora, ma è un fatto che il preciso percorso del presunto regalo non sono mai riusciti a ricostruirlo.
In compenso, da parte di Mills, ci sono voluti due anni per ottenere dalle Bahamas le perizie contabili che a suo dire dovrebbero rappresentare la prova provata che i 600mila dollari erano di chi erano. Ma sono carte che il giudice Paparella non ha neppure visto.
Valzer di giudici
Sicché, per ora, a Palazzo di Giustizia le novità sono altre. Dal primo processo contro Berlusconi, quello sui diritti televisivi, se ne va il giudice Fabiana Mastrominico, che aveva assolto e prescritto Berlusconi al processo Sme: lavorerà al Ministero. Al suo posto ecco Ilio Mannucci Pacini, lunga barba e lunga militanza in Magistratura democratica. Al processo contro Berlusconi e Mills, invece, per l'accusa di corruzione in atti giudiziari, è in arrivo il giudice Nicoletta Gandus, animatissima, diremmo, esponente ancora di Magistratura democratica. Dettagli tra i tanti.