Caso Tarantini, Woodcock & C. sono nei guai: i pm di Napoli denunciati dagli avvocati di Bari

Nell'inchiesta sulla presunta estorsione a Berlusconi, i pm hanno sollevato il leagale di Tarantini. Ma la Camera penale di Bari attacca i pm
napoletani Woodcock, Curcio e Piscitelli: "Può farlo soltanto il giudice". E e chiede al Guardasigilli di punirli 

La Camera penale di Bari va all’attacco dei pubblici ministeri napoletani Woodcock, Curcio e Piscitelli e chiede al Guardasigilli e al Procuratore generale della Corte di Cassazione di punirli per aver costretto l’avvocato di Gianpaolo Tarantini, Nicola Quaranta, a rispondere alle loro domande dopo averlo sollevato dal segreto professionale. Quaranta era stato convocato in Procura come persona informata dei fatti nell’ambito dell’inchiesta sui presunti ricatti a Silvio Berlusconi ed era stato obbligato a chiarire aspetti legati al suo mandato difensivo e alla strategia processuale in relazione al fascicolo barese sulle escort in cui Gianpi è il principale indagato. Un interrogatorio, il suo, che aveva peraltro inciso poco o nulla ai fini investigativi rispetto al filone principale, visto che il tribunale del Riesame ha completamente azzerato la ricostruzione accusatoria della Procura partenopea e smentito qualsiasi ipotesi di estorsione ai danni del premier, disponendo il trasferimento del procedimento da Roma a Bari con la nuova ipotesi di accusa di induzione alla falsa testimonianza.
I penalisti pugliesi non usano toni teneri nei confronti dei magistrati, parlando di «fatto grave e sconcertante» e di atto «abnorme». Già nei giorni scorsi, la Camera penale aveva definito il provvedimento dei sostituti procuratori napoletani «un episodio gravissimo che vulnera il sistema delle garanzie del segreto professionale poste a tutela del diritto della difesa». Secondo i difensori, infatti, «soltanto il giudice», a seguito di «accertamenti», può ordinare al professionista-testimone di deporre qualora risulti che la dichiarazione di astensione sia «infondata», in base all’articolo 200 del Codice di procedura penale. Per questo motivo, i penalisti ritengono il provvedimento dei tre pm «certamente abnorme sia perché non emesso da un giudice (come previsto dalla legge), ma dalla stessa parte processuale procedente sulla base di una propria autonoma valutazione discrezionale, sia perché basato su una presunta “interpretazione sistematica” priva di un qualsiasi riferimento normativo». Da qui la conclusione che il giudice che può sollevare il legale dal segreto professionale è solo quello che escute l’avvocato-testimone «nel dibattimento», e quindi non nella fase preliminare delle indagini, non altri. Tra l’altro, anche l’altro avvocato di Gianpi, Giorgio Perroni, era stato ascoltato - nell’immediatezza delle indagini - come teste dai pm in relazione ai suoi rapporti con l’ufficio giudiziario barese.
Ostenta tranquillità, comunque, il procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, affermando di aver «già inviato gli atti alla Procura generale della Cassazione tramite la presidenza della Corte d’appello» e di non temere alcunché, perché «quello applicato dai colleghi è un istituto previsto dal codice».
Ieri, intanto, la Procura di Napoli è tornata a rimettere nel mirino i big della politica, formalizzando venti richieste di rinvio a giudizio nei confronti di altrettanti sindaci, commissari e pubblici funzionari accusati di epidemia colposa in relazione alla presenza dei rifiuti nelle strade nel corso dell’emergenza rifiuti del 2008: tra loro ci sono l’ex governatore della Campania, Antonio Bassolino, l’ex sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo, e l’ex prefetto del capoluogo, Alessandro Pansa.