Caso Telecom, il Professore fugge dal Senato

Gianni Pennacchi

nostro inviato a New York

L’irritazione che affiora sotto i segni della stanchezza - che non è poca, avendo già sommato almeno un paio di jet lag - è quella di chi, dopo aver visto la sera prima Clinton, aver parlato cordialmente con Bush, essere ammirato da tutti i big d’Europa come colui che sta ammansendo Ahmadinejad, insomma un grande del pianeta e della storia, si trova a dover fare i conti con delle piccole beghe casalinghe, peggio di una riunione di condominio. Cerca di trattenersi Prodi, ma la furia contro Tronchetti Provera non riesce a trattenerla, colui che è causa di queste forche caudine che lo attendono in Parlamento, «ha seri problemi di comportamento», dice. E dunque sia, andrà al dibattito parlamentare ma che si faccia in fretta e si passi ad altro, perché sulla vicenda Telecom «tutti i chiarimenti possibili già sono stati dati». Insomma, questa storia brucia assai e ancora, al presidente del Consiglio, che ieri ha dovuto affrontarla di nuovo in una conferenza stampa e in un lungo colloquio mattutino con le personalità del Council On Foreign Relations.
Intanto l'appuntamento in Parlamento, si inizia oggi al Senato e l'opposizione reclama perché Prodi non ci sarà. Lui, con tono deciso e sostenuto, risponde che «il presidente del Consiglio non va a due rami del Parlamento», non è previsto e questa è la prassi, «la Camera mi ha chiesto di andare il 28, è stato stabilito il 28 e vado il 28. Al Senato andrà il governo, un rappresentante del governo». I giornalisti non hanno mollato la presa. C'è stato un pressing su di lui da parte della sua stessa maggioranza, per convincerlo ad andare in Parlamento? È vero che ha ricevuto una telefonata da Fausto Bertinotti che lo sollecitava? Prodi, sicuro: «No, assolutamente no. La telefonata di Bertinotti c'è stata, ma quando già la decisione era stata assolutamente presa». Lei si aspetta un processo sulla vicenda Telecom o un dibattito sul futuro delle telecomunicazioni? E lui, come un treno: «Il paese non ha bisogno di giocare sulle invenzioni, il paese ha bisogno di una seria discussione sul futuro della politica industriale, sul futuro delle nostre telecomunicazioni, le strategie del paese e del mondo produttivo. Di questo ha bisogno il paese, e il dovere del presidente del Consiglio è indicare soluzioni. Del resto, tutti i chiarimenti possibili già sono stati dati. Ed è già chiaro, dalla sintesi degli elementi, che non era questo il problema che interessava». Non cede di un millimetro, il premier ha tutte le ragioni. Possibile che non abbia commesso qualche errore in questa vicenda? Telecamere, registratori e taccuini annotano e affidano alla storia la ricostruzione di Prodi: «Assolutamente no. Mi è stato chiesto da Tronchetti Provera un colloquio, per esprimermi la strategia della Telecom. Nel lungo colloquio non mi è stato espresso nulla di quello che il giorno dopo egli ha proposto di fronte al paese. Quindi io ho reagito dicendo “sono stupito”, perché se si chiede un colloquio al presidente del Consiglio gli si deve dire la verità, gli si devono dire le cose che si ha intenzione di fare. Altrimenti non si chiede un colloquio al presidente del Consiglio».
Sull'argomento s'era già dilungato alla prima colazione con i soci del Council, usando parole ancor più dure nei confronti di Marco Tronchetti Provera, che non gli avrebbe riferito della sua decisione di scorporare la telefonia mobile di Tim da quella fissa. Il giudizio di Prodi è che il presidente (appena dimessosi) di Telecom abbia «seri problemi di comportamento». Queste le sue parole che son state riferite: «Non mi ha detto una parola, e gli ho risposto che ero sorpreso e irritato. Se chiedete un incontro con il premier... non potete non dirgli niente. Tronchetti ha seri problemi di comportamento: ecco quanto è successo... non ci sono state interferenze da parte del governo. L'impressione è che abbia usato il governo. Ha lasciato credere che il governo sapeva tutto dell'operazione, solo perché c'è stato quell'incontro».
Con gli ex ambasciatori e magnati del Council, non poteva ovviamente evitare la fresca notizia della rottura nelle trattative fra Murdoch e Tronchetti Provera, e Prodi ha assicurato che non è sua intenzione opporsi all'eventuale vendita di Tim a un gruppo straniero, «anche perché non «esistono gli strumenti giuridici» per farlo. Dunque non si opporrà, «anche se la cosa potrebbe non farmi piacere». Con uno sfogo finale: «Però non possiamo essere sempre oggetto di acquisizioni e mai soggetto».
Da Venezia è rimbalzata a New York la risposta pacata ma altrettanto ferma di Tronchetti Provera: «Non entro in polemica con le istituzioni. Non lo ho mai fatto e non lo farò ora. Saranno le carte a parlare, quelle depositate presso il Consiglio di amministrazione». Prodi non ha replicato, lo attendeva la tribuna del Palazzo di Vetro.
Ma a Roma il premier dovrà fare i conti anche con i crescenti malumori nell’Ulivo, emersi ieri nella riunione dei senatori. Il capogruppo Anna Finocchiaro (Ds) ha criticato la gestione della vicenda e in particolare alcuni dichiarazioni del premier giudicate inopportune, come il rifiuto iniziale di riferire in Parlamento («Ma stiamo diventando matti?»). «Alcuni passaggi - ha spiegato la Finocchiaro - sono stati da noi sofferti, sarebbe servita un’interlocuzione più forte tra governo e maggioranza». Perplessità espresse anche da Gavino Angius. E Antonello Cabras (Margherita) spiega: «Ci sono state sottovalutazioni da parte del governo».