Il caso Telecom: re Prodi è nudo e non lo ammette

Giancristiano Desiderio

La bugia è parte della politica. A volte è necessaria, a volte è utile. Perché, come sapeva bene Machiavelli, il buon politico (il principe) deve essere leone e volpe e il «nervo di tucte le signorie» è nel binomio elementare di «forze e prudenza». Detto questo, che cosa accade quando la bugia è scoperta? Si verificano due casi: se la bugia è non solo necessaria, ma anche utile, il politico ci fa persino una bella figura perché si rivela affidabile e capace nella difesa dell’interesse nazionale; se la bugia è solo una menzogna usata a fini personali, il politico si rivela inaffidabile e nudo come il re della nota favola.
Il Professore non è nuovo alle bugie. All’epoca del suo primo governo raccontò agli italiani una sonora balla sulle tasse e l’Unione europea: «Per entrare in Europa non ci sarà alcun ricorso al fisco». Infatti, fece ricorso a una tassa passata alla storia come eurotassa con la scusa che i soldini sarebbero stati restituiti agli italiani. Stiamo, state, ancora aspettando. Un’altra bugia l’ha raccontata in campagna elettorale quando disse che avrebbe tagliato il cuneo fiscale di ben cinque punti, cioè diminuito il costo del lavoro. Però, dimenticò di spiegare come avrebbe fatto. Un’altra bugia è quella a cui ha fatto ricorso tutto il governo, quando ci si è resi conto che il precedente esecutivo Berlusconi aveva lasciato i conti pubblici in buona salute. «I conti non tornano» si sono messi a dire in coro. La realtà dei conti dello Stato ha sbugiardato il governo che con le frottole raccontate al Paese ha dimostrato di aver mentito con scienza e coscienza per poi meglio giustificare la sua esosa politica fiscale agli occhi degli italiani.
Dunque, il Telecomgate è solo la ciliegina sulla torta. Nel caso specifico la bugia è stata utilizzata a arte fino a trasformare tutta la storia in un istruttivo episodio di commedia dell’arte. Per Telecomgate non c’è altra definizione: commedia all’italiana. Un gioco di equivoci e sottintesi che, alla fine della commedia, si sono chiariti in una verità che già tutti conoscevano. La sequenza realissima della vicenda sembra essere stata scritta da un moderno Goldoni: Tronchetti Provera incontra Robert Murdoch per accordarsi su una collaborazione e Prodi, che già sa tutto, si dice irritato «perché il governo è stato tenuto all’oscuro». Poi, come in ogni commedia che si rispetti, arriva il colpo di scena: si viene a sapere che Angelo Rovati, consulente di Prodi, ha mandato da Palazzo Chigi un piano di scorporo della rete fissa di Telecom a Tronchetti Provera. Prodi cade dalle nuvole: «Non sapevo nulla del piano». Ma ormai è nudo. Qual è la morale della commedia di Palazzo Chigi?
Prodi, che a questo punto si può innalzare a dignità di Maschera, è andato al governo per, nientemeno, «rilanciare l’Italia e moralizzare», ma la maschera che ha indossato è quella classica dei vari Pantalone, Brighella, Pulcinella che dicono, non con le parole, ma con il pensiero e l’azione «prima la trippa e dopo la virtù». Infatti, il presidente del Consiglio con le parole è virtuoso, mentre con le azioni arraffa tutto quanto gli capiti a tiro: telecamere, telegiornali, telefonini. Prodi rientra nella categoria dei moralisti che non avendo morale la fanno agli altri: è andato al governo dicendo di essere Molière, invece era Tartufo. Le sue intenzioni sono sempre nobili, ma le sue azioni inconfessabili. Ora qualcuno, però, lo dovrà spiegare al Parlamento. E agli italiani.
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