Il caso Il terzista Montezemolo liquida il Terzo polo

Luca Cordero di Montezemolo è abituato a vivere in bilico. Tra impresa e politica, destra e sinistra, Ferrari e Fiat, automobili e treni. Nessuno come lui è in grado di identificarsi con l'idea di «terzismo», di trovare sempre e ovunque quello spazio che non è né di qua né di la. Montezemolo e l'uomo in surplace, sempre pronto a uno sprint che non arriva mai.
Per questo nessuno come Montezemolo ha voce in capitolo nel giudicare quello che si agita nell'ondivago mondo del terzopolismo all'italiana. Lui ne è il massimo esperto e il più applaudito interprete. Così quando sul sito della sua Fondazione Italia Futura compare un articolo che suona la campana a morto per l'esperimento terzista alle ultime elezioni amministrative la cosa lascia il segno.
Diamo per lette e archiviate le parole risentite rivolte al centrodestra, tacciato di populismo: non dicono nulla di nuovo. E neppure sorprende il rimprovero al Pd di farsi trascinare dalla sinistra. Si tratta di puro equilibrismo montezemoliano. Quello che fa balzare dalla sedia (si fa per dire) è l'atteggiamento liquidatorio riservato al trio Fini, Rutelli e Casini. L'articolo parla della «evanescenza del Terzo polo che, decidendo di non scegliere, ha rinunciato persino a fare l'ago della bilancia». L'immagine è impietosa e ha anche una sua forza metaforica: i tre leader messi insieme sono talmente privi di peso che non solo disertano i piatti della bilancia ma abdicano anche all'esile e oscillante ruolo di ago.
La colpa del Terzo polo, agli occhi di Montezemolo, è di rimanere terzi anche quando il gioco è ormai solo a due, e quindi di uscire di scena. Ovviamente Lcdm si guarda bene dal suggerire a Fini, Rutelli e Casini come avrebbero dovuto orientare i loro elettori del primo turno nei ballottaggi di domenica prossima. Questo sarebbe stato troppo per un terzista a tempo pieno come lui. Però è sferzante nel rimproverargli una scelta che lui stesso continua a tenere celata e a rinviare.
Eppure non è passato molto tempo da quanto Montezemolo era sembrato pronto al grande balzo. Si era all'inzio dello scorso aprile quando a Napoli disse con toni roboanti: «Di fronte alle nostre proposte la risposta della politica è sempre la stessa: se vuoi parlare di politica devi entrare in politica. E se la situazione continua a peggiorare, se questo è lo spettacolo che offre la nostra classe politica, beh, allora, cresce veramente la tentazione di prenderli in parola».
Si disse subito che il presidente della Ferrari stava di fatto annunciando la discesa in campo e che il Terzo polo sarebbe stata la sua meta d'elezione. I sondaggisti si misero subito in moto e con numeri mirabolanti: Mannheimer fu il più avaro nel prevedere una potenzialità del 18 per cento per la formazione centrista nobilitata dal nuovo arrivato; l'Swg arrivò a pronosticare il 21 per cento. Sembrava fatta, ma a dire il vero i tre titolari del Terzo Polo non parvero particolarmente entusiasti per l'arrivo di un eventuale e particolarmente ingombrante quarto incomodo. Specie dopo che Massimo Cacciari in un’improvvida intervista spiegò che se Montezemolo si muove è solo per fare il presidente del Consiglio.
Il magro risultato di Rutelli, Fini e Casini alle amministrative deve aver dato dunque qualche piccola soddisfazione a Montezemolo, non foss'altro perché può lasciar credere che lui avrebbe fatto tutta la differenza.