Cassandra, quando la verità è creduta pazzia

Nel mito greco sono sinonimo di irrazionalità, follia, barbarie, ma anche del dono della profezia. Due donne, Cassandra e Medea, che hanno esercitato il loro fascino misterioso su diversi poeti e narratori moderni, tra cui la scrittrice tedesca Christa Wolf, che ha dedicato loro due dei suoi romanzi più famosi. A portare al teatro Verdi una sceneggiatura basata sui due libri è il regista Maurizio Schmidt. Si parte con Cassandra, in cartellone da oggi al 25 febbraio, a seguire Medea, dal 14 al 25 marzo. Mentre il 19 marzo si terrà una «Serata Christa Wolf» con ingresso libero. «Quella di Christa Wolf è una figura emblematica - osserva Schmidt -. La scrittrice ha esordito in Germania ai tempi della Ddr, sentendosi all’inizio ben integrata con il regime. Ma con il tempo ha vissuto un distacco da cui è nata “Cassandra”, storia dell’intellettuale che si rende conto di non poter dire la verità. Tanto che il libro è stato vietato dalla censura comunista. Eppure, non le sono stati risparmiati neppure gli attacchi dalla Germania Ovest, dove l’accusavano di collaborazionismo con la Stasi, i servizi segreti di Berlino Est».
Da dove nasce questa impossibilità a dire la verità?
«Nel romanzo, Cassandra è attraversata da un malessere che non sa spiegare neppure a se stessa e che nasce dalle bugie che vede crescersi attorno. Prima, da parte del re Priamo, per giustificare la guerra contro i greci, poi per motivare la decisione di far entrare in città il cavallo di legno. A quel punto la sacerdotessa reagisce, con il risultato che tutti pensano che lei sia pazza. È quello che succede anche oggi a chi dice la verità su una serie di questioni che hanno a che fare con il fine ultimo della vita, dalla procreazione all’importanza della famiglia e dei figli. Sembriamo completamente liberi, ma in realtà siamo circondati da una serie di tabù imposti dagli interessi economici vigenti».
Perché ha scelto di portare in scena due spettacoli tutti «al femminile»?
«Per mettere a tema il ruolo della donna nella nostra società. Il riferimento non è a un femminismo spicciolo, ma alla strada che ha preso il nostro mondo dai greci in poi. Una società dalla forte struttura patriarcale, che per tremila anni non ha permesso alle donne di scrivere poesie. E non sappiamo che cosa ci siamo persi».
Quanto ha inciso il modello del teatro greco sulla regia degli spettacoli?
«Quello dei greci era un teatro basato più sui dialoghi e sulle riflessioni che sull’azione, il cui svolgimento era conosciuto dal pubblico prima ancora che lo spettacolo iniziasse. Il finale era predeterminato dall’incombere del Destino. Le mie scelte registiche tengono conto di questo modello, ma lo trasformano attraverso una tonalità emotiva basata su una forte empatia. Nell’arco di un tramonto una donna del 21° secolo rivive quello che è successo quattromila anni prima a Cassandra e Medea».
Cassandra
fino al 25 febbraio
teatro Verdi