«Da Cassano a Berlusconi vince sempre la violenza»

Caro Lippi, vogliamo dare un voto al 2009 azzurro?
«Voto no, giudizio sì. Posso cominciare?».
Certo...
«Ci sono stati due momenti, molto diversi tra loro: uno negativo, l’altro positivo. Le ombre sono apparse tutte nella tournée estiva della Confederations cup. È comunque servita a capire che se, come Nazionale, non affrontiamo gli impegni col gruppo al meglio della salute e dell’efficienza fisica, abbiamo dei problemi».
E le luci?
«Considero positivo il capitolo relativo alla qualificazione. Tagliare il traguardo con un turno di anticipo, comportandoci con personalità e autorità, non è un risultato banale e nemmeno scontato. Le due partite da incorniciare sono state quelle con la Bulgaria a Torino e con l’Irlanda a Dublino».
Quanto le manca per completare la famosa lista dei 23?
«Abbiamo sei mesi per fare le ultime verifiche e passare dagli attuali 30-40 nomi ai 27 che verranno con me in ritiro prima della partenza per il Sudafrica. Saranno i 23 del mondiale più le 4 riserve che svolgeranno la preparazione col gruppo».
È possibile avere qualche anticipazione sui nomi più chiacchierati?
«Nomi non ne faccio, al momento opportuno saprete tutto con relative spiegazioni. Ma un criterio voglio ripetere in modo chiaro e definitivo: la porta è aperta a tutti, a vecchi, meno vecchi e giovanotti alle prime armi. E lo dico con convinzione non certo per allentare la morsa dell’attesa».
Quali sono i criteri per l’allestimento dei 23?
«I soliti, normali criteri, per comporre un gruppo che deve lavorare sodo lungo un periodo di 35 giorni e che deve allenarsi a superare alcune difficoltà, che non saranno solo ambientali o calcistiche. Non ci sono leggi speciali da imporre se è questo che vuol sapere».
Può essere, come ha raccontato Gattuso, che per i “mondialisti” di Germania, il posto sia garantito anche se non dovessero giocare stabilmente?
«Può essere. È vero, ho parlato con Rino al telefono e gli ho detto testualmente: decidi come credi sul tuo futuro ma ricordati che anche se non giochi tutte le partite, questo dato non penalizzerà la tua partecipazione al mondiale. Non l’ho detto solo a Gattuso».
Scusi, ma a chi l’ha detto?
«Qualche mese fa lo stesso ragionamento l’ho fatto a Marco Materazzi: anche lui nell'Inter non gioca stabilmente. Affrontate serenamente questa parte della stagione, è stato il mio incoraggiamento».
Alla fine è contento della conferma di Gattuso al Milan?
«Certo: averlo nel nostro campionato credo sia un vantaggio innanzitutto per il Milan oltre che per la Nazionale».
A proposito di scelte controverse: Mourinho si è congedato da San Siro segnalando che Balotelli non è ancora maturo per l’azzurro. Cosa ne pensa?
«Dei singoli calciatori non parlo, rifletto piuttosto sul costume italiano. Se un Ct non chiama un calciatore si scatena il finimondo, se invece il suo allenatore, che lo allena tutti i giorni, sostiene che non è ancora pronto, allora tutti d’accordo, zitti e mosca come si dice».
Anche su Cassano è calato il silenzio in coincidenza con i tormenti della Samp...
«Così si comportano i giornalisti, non io, non i tecnici».
A proposito di mondiale: è autentico il suo pronostico favorevole all’Inghilterra?
«Ogni volta che c’è un mondiale ai nastri di partenza, il Brasile è il favorito numero uno: può vincere e succede spesso, può uscire prima e diventa una notizia, addirittura fa scandalo. Io ho messo insieme col Brasile, altre candidate di diritto: Italia, Spagna, Francia, Inghilterra e Olanda. La nazionale di Capello è quella che mi ha impressionato perché ha compiuto i maggiori progressi: è diventata una squadra, ragiona da squadra, si comporta nelle difficoltà da squadra. E trovo in tutto ciò i segni del lavoro di Capello».
Passiamo al calcio di casa nostra: cosa sta succedendo alla Juve?
«Io giudico su ciò che vedo a 300 chilometri di distanza da Torino e dalla cabina di regia della Juve. Il problema numero uno della squadra di Ferrara è il seguente: non ha mai giocato con la formazione che era stata pensata e preparata durante il calciomercato. Non ha mai avuto Sissoko e Camoranesi, ha perso per strada Iaquinta e Marchisio, adesso anche Chiellini e Buffon: non credo siano perdite di poco conto. Non solo ma i primi risultati negativi hanno minato alla base il morale del gruppo che è diventato insicuro. Si vede a occhio nudo che il gruppo non è tranquillo: certi errori dei singoli nelle ultime partite si spiegano così».
Come diceva Bartali è tutta da rifare la Juve?
«Tutt’altro. Sono anzi convinto che è ancora in grado di rimediare la stagione se da gennaio l’ambiente riacquisterà autostima e sicurezza, oltre che un po’ di calciatori sani».
Esclude il suo ritorno a Torino dopo il mondiale?
«L’ho detto e ripetuto più volte: io alla Juve ho dato il mio parere, positivo, su Ferrara e lo confermo, oltre che su un paio di calciatori. Ma non ho fatto il consigliori di nessuno e soprattutto non ho sponsorizzato certe scelte, come è stato detto e scritto, per fare un piacere indiretto alla Nazionale».
Lei ha lavorato a Torino con Bettega...
«Certo ed è uno juventino al 100 per cento».
Perché allora non discute il futuro in azzurro con Abete? Lo fa per convinzione o anche per scaramanzia?
«Lo faccio un po’ per l’uno e un po’ per l’altro. Il mio futuro non lo conosco. Ho sempre pensato che ci sia un tempo per lavorare e un tempo per sciogliere il nodo del contratto. Quello che conta sono i rapporti personali e con Abete sono eccellenti».
S’aspettava la virata di Leonardo e del suo Milan verso il modulo 4-2-fantasia?
«Non me l’aspettavo. Onore al merito di Leonardo che l’ha disegnato nel momento più critico forse della stagione tirandosi fuori dai guai con una bella striscia positiva. È stato intelligente e lo confermerà ancora di più quando dovrà cambiarlo ancora perché nel calcio moderno bisogna essere camaleonti e modificare moduli e orientamenti a seconda dei momenti vissuti dalla squadra e dai suoi protagonisti».
Possiamo eleggere la squadra del 2009?
«Se guardiamo oltre il nostro recinto, il Barcellona è l’unica risposta giusta. Ha vinto tutto e lo ha fatto raccogliendo i frutti di un lavoro partito dal settore giovanile, la famosa “cantera”. Quel gruppo poi è diventato la colonna portante della nazionale spagnola che è arrivata in cima alla classifica Fifa. È la stessa tecnica adottata dal Manchester United qualche anno fa, prima dell’avvento di Cristiano Ronaldo».
Il calcio italiano come è messo?
«Nonostante tanti stranieri presenti nel campionato, abbiamo talenti promettenti nelle diverse under, dai 17 ai 19 anni».
E la squadra dell’anno in Italia?
«Io voglio citare il lavoro, oltre che il rendimento, di alcune squadre che non godono di grandi riflettori ma capaci di esprimere calcio di buonissima qualità. Il mio elogio è per il Parma, il Genoa, il Cagliari e il Napoli: non partecipano allo sfida scudetto ma il loro contributo è prezioso, sono guidati da ottimi allenatori, hanno alti e bassi come è normale che accada in una stagione lunga dieci mesi».
Nessuna citazione per l’Inter?
«La mia convinzione è la seguente: il vero serbatoio della Nazionale e quindi l’espressione più autentica del calcio italiano è da ricercare in quei club che schierano un gran numero di italiani».
Possiamo chiudere con un argomento non calcistico? Cosa ha provato dopo l'aggressione in piazza Duomo a Milano, nei confronti del premier Silvio Berlusconi?
«L’aggressione al premier mi ha colpito fortemente e non solo sotto il profilo umano. Mi ha segnato per quello che nasconde l’episodio di piazza Duomo a Milano facendo emergere le pericolose caratteristiche della nostra società, il paese Italia, che non riguardano solo la politica. Sono molto impressionato dalla carica di violenza che si coglie in ogni settore, qualunque sia l’argomento in discussione. Mancano la serenità e una forma civile di discussione».